GIANLUCA BIGGIO. ODISSEA (2026), DI CRISTOPHER NOLAN



 Titolo originale: The Odyssey
 Regia e sceneggiatura: Cristopher Nolan
 Paese di produzione: Stati Uniti, Regno Unito
 Anno: 2026
 Durata: 172 minuti

Recensione di Gianluca Biggio


Il film di Christopher Nolan uscito nelle sale italiane a luglio del 2026, con il titolo “Odissea” è liberamente ispirato all’epica di Omero, con un cast guidato da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway e Zendaya.

Nolan, regista nato a Londra e trasferitosi poi negli Stati Uniti, ha ricevuto l’Oscar al miglior film e miglior regia con Oppenheimer (2023), è stato inoltre l’autore di Interstellar (2014), considerato uno dei capolavori del genere di fantascienza insieme a 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick e a Solaris (1972) del sovietico di Andrej Tarkovskij. Ci troviamo quindi di fronte a uno dei maestri degli ultimi decenni. La sua cifra narrativa sembra essere il genere americano colto con forti radici europee, portate alla riflessione.

Stretto tra la retorica scolastica, che celebra nell’Odissea di Omero un’epica della conquista, e il suo personale rifiuto della guerra, il regista anglo-americano ribalta il paradigma tradizionale e trasforma l’antica epica in una riflessione sulla violenza dell’uomo con un monito per i contemporanei. Monito proveniente anche da Steven Spielberg in Disclosure Day (2026), un film thriller fantascientifico in cui i marziani dicono agli umani di non perdersi in assurde guerre interminabili ma di riscoprire l’amore e l’empatia.

Nolan parla di uomini che hanno perso la “Legge di Zeus” e che si dibattono per sopravvivere, combattuti tra cinismo e morale, in una posizione che riporta all'“Uomo Tragico” dello psicoanalista Kohut[1], fondatore della Psicologia del Sé, per descrivere la condizione umana contemporanea.

Ma il ribaltamento compiuto in questo film è a più livelli, quello dei contenuti e anche della struttura narrativa, convergenti in una soluzione, che il grande scrittore Iosif Brodskij (1995),[2]  definirebbe come “togliersi dal vicolo cieco volando più in alto”.

Nei contenuti l’autore del film fa arrivare messaggi contrapposti all’attuale main stream che esalta la guerra economica e reale come inevitabile fatalità. Il regista demitizza tutto questo e ci mostra un Ulisse che non ha voglia di andare in guerra ma viene costretto da Agamennone, re di Micene e comandante degli Achei. L’Io narrante di Nolan – identificato con Ulisse­­ – ci mostra un combattente disgustato dalla violenza e dalla voracità predatoria dei belligeranti di tutte le parti, amareggiato dalla violenza del potere che manipola uomini e storie, nauseato dall’inganno del grande cavallo che oltrepassa le mura fingendosi un dono divino, inganno da lui stesso ideato. Ulisse vede infatti alcuni dei suoi uomini morire tra feci e urina proprio dentro la pancia del suo ingannevole dono prima che gli Achei riescano ad uscire di notte per sconfiggere e saccheggiare Troia. Più volte infine si dice che il rapimento di Elena da parte del troiano Paride era stato solo un pretesto per la lotta di potere tra Greci. Nolan mette in risalto il disgusto per la violenza e Ulisse viene ridipinto come uomo che non riesce a elaborare, se non attraverso un grande travaglio, il proprio senso di colpa per essere stato complice di tale scempio.

 

La struttura narrativa del film è molto interessante per uno psicanalista perché tutte le vicissitudini di Ulisse non sono rappresentate in tempo reale ma appaiono come dei flashback – delle isole di memoria – che riaffiorano alla mente di Ulisse che per anni ha vissuto in uno stato di torpore di coscienza irretito dalla ninfa Calipso, innamoratasi perdutamente di lui. Ma in Nolan la stessa Calipso comprende ­­– a differenza di quanto narrato nell’Odissea, in cui ella lo libera per ingiunzione di Zeus – che Ulisse è pronto per portare a termine il suo ritorno verso la amata sposa Penelope. Una situazione che richiama da vicino l’emergere del rimosso durante una terapia psicoanalitica con la possibilità di trovare una relazione d’amore con l’Oggetto[3].

La morte coglierà gli avidi compagni di Ulisse e tutti coloro che si perdono ritornando o trovando il tradimento a casa, dopo la vittoria su Troia. Questa è forse una punizione per aver trasgredito la “Legge di Zeus” e aver decapitato gli idoli dei troiani. Agamennone che entra dentro Troia come un nero gigante guerriero di morte: verrà punito per la sua onnipotenza al rientro in patria, dove crede di essere accolto in trionfo ma verrà invece assassinato. Più volte la voce narrante parla di fine della civiltà, durante la profanazione dei templi e l’avido saccheggio della città; una metafora del prevalere dell’interesse sull’etica, come accade nelle nostre attuali società.

Tornando alla struttura narrativa, l’unica parte in cui ciò che si vede nel film corrisponde a quello che realmente accade e non al ricordo, è la parte finale in cui Ulisse – rilasciato da Calipso con il favore della sua protettrice protettrice, Dea Atena ­– simbolo dell’oggetto buono materno che lo sostiene – va a riprendere possesso della sua casa, sconfiggendo “i pretendenti” (così li rinomina Nolan in luogo di “Proci”) i quali volevano rapinarne i beni approfittando della sua assenza.

Liberamente tratto dall’Odissea questo film deforma o tace delle parti presenti nel racconto omerico. Nel testo di Omero, Polifemo chiede a Ulisse come si chiami e lui risponde “Nessuno” ma nel film questo passaggio tanto popolare viene taciuto. Nolan pare più interessato a far vedere la terribile fine di alcuni compagni divorati dal gigante, piuttosto che scotomizzare il dramma celebrando l’astuzia del guerriero. Inoltre non viene citata Nausicaa, la bellissima principessa dalla parvenza divina che trova Ulisse sulla spiaggia dopo il naufragio e gli fornisce vestiti, permettendogli di tornare a Itaca. Nolan, forse da buon americano, taglia corto e riprende verso la fine del suo peregrinare Odisseo, che con una precaria zattera si affida al mare e si ritrova direttamente a Itaca, seguendo il consiglio di Atena che di fatto si sostituisce a Nausicaa. Forse il regista vuole concentrare la tensione narrativa sul ritorno a Itaca e l’epico scontro finale con i Proci, senza fare cenno alle ultime ambivalenze dell’eroe rispetto al ritorno a casa, dove ritroverà Penelope ma anche la fine della sua epica gioventù.

Il rientro viene articolato in alcune tappe fondamentali e fonti di altrettante amare comprensioni. Attraverso il ricordo di Ulisse, il regista descrive il primo drammatico incontro con il gigante Polifemo, figlio del dio del mare Poseidone, l’incontro con la maga Circe che trasforma i suoi compagni in maiali, con la ninfa Calipso che irretisce lui e i suoi compagni con i fiori di loto, il passaggio al regno dei morti (l’Ade) dove l’indovino Tiresia avvisa Ulisse dell’ira di Poseidone per l’accecamento del figlio Polifemo e lo avvisa che dovrà affrontare le Sirene e passare tra gli scogli di  Scilla e Cariddi, rischiando di frantumare la barca in un vortice, una vertigine che si crea nel mare.

La maga Circe trasforma gli affamati guerrieri di Ulisse in maiali perché vede in loro l’avidità bestiale; Ulisse riesce a farli ritrasformare in umani, ma la maga dice che essi moriranno comunque per la loro stessa avidità. Così avverrà quando essi, pur avvisati del pericolo mortale non resisteranno a uccidere e mangiare i buoi sacri del dio Elio.

Nel passaggio dell’imbarcazione vicino alle mitiche Sirene, l’eroe greco non si ottura le orecchie con la cera, come ordinato all’equipaggio, facendosi invece legare per sicurezza all’albero maestro, perché vuole sentire cosa esse dicono. Nolan interpreta i canti delle Sirene in maniera rielaborata rispetto alla tradizione. Sottolinea il dramma delle inevitabili ambizioni verso le cose irraggiungibili, che portano l’uomo alla distruzione se non tiene a bada l’avidità di conoscenza. La straziante rivelazione dell’inevitabilità di sbagliare e di desiderare cose che non si possono avere e non vedere quello che si possiede, ci riporta forse a una critica della contemporaneità, caratterizzata dall’avidità e dal profitto, mai mancata nella storia umana, ma oggi morale ufficiale del Dio Denaro. Si vede un Ulisse straziato, dilaniato da queste verità dolorose che gli vengono rivelate, ma anche capace di trovare in questo la forza del suo saldo Ego per ridimensionare l’auto percezione di eroe mitico e di essere un uomo che ritorna all’amore con Penelope, per poi lasciare al figlio Telemaco il potere e ripartire con la moglie verso il sole che fugge.

Brodskij in Fuga da Bisanzio[4] si domanda perché le migrazioni avvengano solitamente da est verso ovest; la risposta è che i nomadi cavalcano sempre verso il sole che tramonta, poiché l’uomo insegue la luce per allungare la giornata, la sua esistenza e i propri orizzonti. L’uomo va verso la notte: vuole conoscere nella luce e attacca nelle tenebre, come accadde a Troia.

Il regista ha pagato un tributo alla commercialità compiacendo lo spettatore su alcuni aspetti “pop”. Ulisse che tornando sgomina i Proci con l’aiuto di Telemaco, assomiglia più a un agente 007 che a un eroe greco. Il rapporto con Penelope è in qualche modo edulcorato, come a dire che tutto il male sta nella guerra e tutto il bene sta nella casa: nel viaggio finale verso il sole che tramonta c’è un compiacere la fantasia collettiva del lieto fine, negando il passare del tempo.

Il film è una poderosa presa d’atto delle tematiche del mondo moderno che non sono così diverse da quelle del mondo antico, della lotta dell’uomo contro l’uomo stesso. Nel piano ideato da Ulisse, Sinone viene posizionato sulla spiaggia nei pressi del cavallo di Troia per convincere i Troiani ad accettare il dono di legno e portarlo all’interno delle mura. Sinone, incontrato nell’Ade, lo rimprovera di avergli nascosto la sua probabile uccisione ma Ulisse gli risponde che a volte occorre mentire per salvare la vita dei più. Ma perché ­– mi faceva notare argutamente un collega psicoanalista ­­– Ulisse e tutti glia altri fuggono dai fantasmi dell’Ade se sono solo fantasmi? Forse gli uomini cinici e sprezzanti della “Legge di Zeus” fuggono per negare il trauma della guerra. Nolan critica la guerra, seminatrice di odio anche dopo la conquista degli obiettivi che dovrebbero segnare la fine di ogni problema.

In ogni stazione del calvario che Ulisse attraversa prima di raggiungere Itaca, i personaggi rappresentati lanciano un messaggio profondo diretto alla società, ai politici e a tutti noi, non diversamente da Spielberg.

Tornando a Ulisse, sembra che vi sia anche un dialogo nel suo mondo interno, un dialogo che avviene con gli Dei, con le diverse figure magiche che incontra lungo il percorso: l’eroe, come tutti gli uomini, si barcamena tra istanze superegoiche, pulsioni e traumi cercando di non perdere l’equilibrio cosciente come ci ricorda Freud[5].

Infine, Nolan ha completato la regia in età matura, a cinquantacinque anni, e forse vi è anche un suo dialogo esistenziale che avviene attraverso l’identificazione con Ulisse, una riflessione della mezza età sulla caducità delle cose e del possesso, come descritto dallo psicoanalista canadese Elliott Jaques[6] ma come detto anche dalle Sirene. Nel film, Ulisse non ingannerà più gli altri e in fondo sé stesso.

 

[1] Kohut, H. (1978), La ricerca del Sé. Trad.it. Boringhieri, Torino1982.

[2] Josif Brodskij (1995), Dolore e ragione. Trad.it. Gli Adelphi, Milano 1998.

[3] Klein, M., Riviere, J. (1937), Odio amore e riparazione. Trad. it. Astrolabio, Roma 1978.

[4] Brodskij, J.(1985), Fuga da Bisanzio. Trad.it traduzione Adelphi, Milano, 1987.

[5] Freud,S. (1922), L’Io e L’Es. OSF, vol.9.

[6] Jaques, E. (1970), “Morte e crisi di mezza età” in Lavoro Creatività E Giustizia Sociale. Trad. it. Boringhieri, Milano 1978.

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