Silvia Longo. L'ultimo turno (2025)
Sulla cura, in una lotta contro il tempo
Titolo originale: Heldin
Regia: Petra Volpe
Paese di produzione: Svizzera/Germania
Anno: 2025
Nelle sale Italiane dal 20 Agosto 2025, L'ultimo Turno è stato presentato a Febbraio fuori concorso alla 75° edizione della Berlinale. Nell'intervista rislasciata durante il Festival insieme all'attrice protagonista - la meravigliosa Leonie Benesch – Petra Volpe descrive la trama del film in questi termini: «un'infermiera, un turno e una gara contro il tempo». Si tratta infatti di una pellicola che racconta il turno notturno di un'infermiera in una situazione di grave carenza di personale. La regista racconta di come l'idea sia nata in lei a seguito dei racconti di un'amica infermiera sulla propria vita professionale. Avendo deciso di scrivere la sceneggiatura e di girare il film Volpe si rivolge poi ad un'altra infermiera, la tedesca Madeline Calvelage, autrice del libro (purtroppo non ancora tradotto) che ispira il film: Il problema non è la nostra professione – sono le circostanze. Volpe legge il libro e utilizza l'autrice come consulente per il film. Intervista il personale sanitario per raccogliere storie e punti di vista di prima mano e chiede alla protagonista di affiancare un'equipe di infermiere per diversi giorni, in una sorta di tirocinio per guardare da vicino questo mestiere: le sue routine, il suo linguaggio, la sua gestualità ed i suoi compiti. Anche per questo il film convince. Mai per un attimo lo spettatore ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una finzione o ad una rappresentazione. Al contrario, guardando le lunghe sequenze che inquadrano la corsia, le stanze, le apparecchiature e ascoltando gli scambi fra i pazienti e il personale del reparto si ha la sensazione di essere lì. E si viene riportati ad una delle esperienze ospedaliere che come pazienti o come parenti in visita ognuno di noi inevitabilmente ha fatto. Volpe ha ragione, quindi, quando afferma che questo film tratta un tema universale in modo autentico.

Da sinistra: la protagonista Leonie Benesch e la regista Petra Volpe
Il titolo originale, Heldin, significa Eroina, nella stessa doppia accezione italiana di eroe e protagonista. La regista ci tiene a sottolineare che nella sua visione Floria Lind (Leonie Benesch), per quanto alle prese con un turno più che massacrante che le impone dei salti mortali di bravura, pazienza e umanità, non è una vittima ma semplicemente una persona capace che vuole fare bene il proprio lavoro, anche quando le circostanze sembrano renderglielo impossibile. La protagonista assomiglia, nell'intenzione della regista, ad un'altleta, e il film ad un action movie in cui il movimento è costante e frenetico.
Quando la giornalista le chiede come immagina un'eventuale evoluzione della storia, Volpe riferisce di vedere in Floria un futuro da attivista, magari sindacalista, perché prima o poi la sua vena combattiva e determinata le farà dire basta al malfunzionamento del sistema sanitario per cui lavora (il film riporta alla fine i dati reali, in Svizzera e nel mondo, della carenza di personale infermieristico insieme al fatto che più di un terzo degli infermieri lascia la professione entro quattro anni dall'assunzione).
Se la protagonista assoluta di questa pellicola è un'infermiera, il tema centrale del film, attorno al quale si articolano altri movimenti, è la cura. L'immagine di apertura -la fredda tintoria dell'ospedale, nella fotografia meticolosa di Judith Kaufmann- introduce da subito un'antinomia che evidenzia «il gioco semantico tra la cura come industria e moltitudine rispetto all'emozionalità del singolo» (Di Renzo, 2025). La rappresentazione di tale contrasto percorre tutto il film e si rileva nella giustapposizione di immagini di ordine, pulizia, camici, igienizzanti di cui sembra di poter sentire l'odore e scene di incontinenza, rabbia, commozione, dolore, confusione. Tale polarità crea un sentimento di non-corrispondenza che contribuisce a creare una tensione carica di suspense e di preoccupazione per le sorti dei personaggi, come se tutti all'interno del reparto avessero bisogno di qualcosa che si trova irraggiungibile sulla riva opposta di un fiume.
Da un punto di vista psicoanalitico possiamo leggere questa contrapposizione di fondo come un conflitto fra un codice materno e un codice paterno (Fornari, 1983) nel funzionamento del reparto ospedaliero. Le procedure minuziose e imprescindibili, l'autorità medica, imprescindibile anch'essa quanto spesso latitante, i farmaci che le infermiere del film chiamano causticamente veleni, sono i portatori di un codice paterno che anziché tutelare e veicolare il materno lo ostacola fino a minacciarne la sopravvivenza. Per questo credo che una scena chiave del film, in quest'ottica, sia la ninnananna che Floria intona per calmare una paziente anziana silenziando per un attimo il turbinio infernale delle emergenze incessanti e riportandoci ad una dimensione idilliaca, ma non idealizzata, di cura materna, conforto, intimità.
Floria riesce a placare e a consolare la Signora Kuhn
In questa come in altre scene sentiamo come Floria riesca a resistere alla pressione a cui è sottoposta senza perdere la propria capacità di rimanere affettivamente presente, ed è proprio qui che ella da personaggio diventa eroina. Le note che intona per calmare la signora Kuhn sono quelle del Canto Serale E' Sorta la Luna, una classica composizione di Schubert entrata nel repertorio della tradizione popolare tedesca e diventato patrimonio collettivo, conoscenza condivisa.
La distanza che corre nel film fra il codice paterno della cura, improtanto alla misurazione a fini diagnostici e all'intervento farmacologico o chirurgico e il codice materno, che riguarda invece il bisogno di accoglienza, di significazione e di legame, è evidente e particolarmente stridente per esempio nel seguente dialogo:
Collega: Il Signor Hungerbühler è stato operato di ernia inguinale con tecnica di Lichtenstein. Nessuna complicazione. Circa mezz'ora fa ho somministrato al paziente mezzo grammo di Perfalgan. Ha già urinato. Non presenta anomalie.
Hungerbüler: Devo scendere?
Floria: (Sorridendogli) No, purtroppo non può scendere, è in ospedale, è stato appena operato, è andato tutto bene. Sono la signora Lind.
Hungerbüler: Peccato. Stavo pensando di essere su un treno... E poi abbiamo percorso una lunga galleria, che non terminava mai. Il treno procedeva in questo tunnel lunghissimo, come quello del Gottardo, se possibile anche di più. E poi il treno finalmente è uscito dal tunnel... Eppure non c'era una vera stazione, così sono rimasto sul treno.
Floria: Signor Hungerbüler non si alzi se ha bisogno di andare in bagno, suoni il campanello, va bene?
Hungerbüler: In ogni modo, all'improvviso è arrivata lei.
La domanda che l'infermiera Lind deve fare a ciascun paziente durante il suo "giro" in reparto: «quanto dolore sente su una scala da uno a dieci?» rapresenta un tentativo di modulare la prescrizione dei farmaci attorno all'esperienza soggettiva del paziente. Eppure, nell'infinita e protocollata ripetizione scandita dalla mancanza di tempo, essa perde questa funzione diventando un altro elemento di un approccio al paziente asettico, impersonale e standardizzato con il quale tutti devono fare i conti.
Come in un thriller, con il passare dei minuti la pressione sale, il ritmo si alza fino a portare ad un'inevitabile frattura: «la crisi di nervi incombe, e il turno finisce per esplodere» (Panattoni, 2025). Non si tratta di un colpo di scena hollywoodiano ma di un'inevitabile crisi che porta tuttavia ad un certo sollievo. Perché in questo film gli incidenti causati da un errore o da una flagrante rottura del protocollo (dovuti non a negligenza, ma a condizioni insostenibili) provocano un guasto al motore della macchina della cura che rivela in un lampo le potenzialità dell'umano, l'imprevedibilità delle scelte individuali, la bellezza della solidarietà fra persone al di là dei loro ruoli.
Floria trasferisce un paziente alla sala operatoria
Una figura chiave, seppure fantasmatica, de L'Ultimo Turno è a mio avviso la morte. Essa è un soggetto che si rivela nel suo pieno statuto di personaggio solo nell'enigmatica scena finale, l'unica del film che abbandona il realismo per approdare ad un piano simbolico. La morte è l'anti-eroina contro la quale Floria e il suo reparto combattono ad armi impari ed è presente nei vari retroscena, occupando sotto forma di paura, sollievo o preoccupazione la mente dei pazienti, dei familiari, del personale sanitario. Inevitabile o accidentale, essa viene incorporata nelle procedure protocollate che non ne spengono tuttavia l'eco emotiva. Ed è proprio quando lo spettatore incontra la figura della morte che su di essa si innesta, altrettanto inevitabile, quella della vita, come in un rapporto figura-sfondo che si inverte non appena lo sguardo, concentrandosi, voglia mettere a fuoco qualcosa di definitivo.
Floria Lind attraversa all'inizio del film un lungo tunnel, ripercorrendolo alla fine in senso inverso in un movimento circolare che si conclude. Il tunnel lungo il quale ella cammina conduce ad un "altro mondo" racchiuso dentro i confini dell'ospedale, un microcosmo con regole proprie e dentro il quale si giocano dei destini. Il mondo esterno che ella si lascia alle spalle all'inizio del film e al quale ritorna alla fine rimane parte di uno sfondo che viene messo a fuoco solo in poche scene.
Per quanto nell'intenzione della regista L'Ultimo Turno non voglia fornire un ritratto psicologico della protagonista, siamo indotti in alcuni momenti ad immaginarne la vita al di fuori del suo turno di lavoro. Sappiamo solo che è seperata, con una figlia con la quale vorrebbe passare più tempo e intuiamo una dimensione di fatica. E ci domandiamo durante tutto il film come faccia a non crollare, come riesca a portare avanti un'infinità di compiti correndo senza sosta, come possa accettare senza (quasi) mai perdere la calma richieste incessanti e talvolta prepotenti e arroganti. Ma in fondo ciò che tira su il morale, alla fine, è che Floria nonostante tutto non è davvero una vittima, ma qualcuno che nutre sotto le spoglie della gentilezza una ferrea volontà di portare avanti il proprio compito a dispetto di circostanze a dir poco avverse, senza cercare scuse o trovare colpevoli, decisamente una Heldin, come la definisce il titolo, un'eroina.
Keywords
#L'Ultimo Turno Recensione #Cinema e Psicoanalisi #Medical Drama #Infermieri e Burnout
Bibliografia
Benesch, L. & Volpe, P. (2025) Presentazione di Heldin al festival di Berlino
https://www.youtube.com/watch?v=mdBghDX-gsM
Consultato il 2/9/2025
Di Renzo, F. (2025). L'Ultimo Turno. Di Petra Volpe
https://quinlan.it/2025/07/27/lultimo-turno/
Consultato il 2/9/2025
Fornari, F. (1983). La lezione freudiana. Per una nuova psicoanalisi. Feltrinelli, Milano
Panattoni, D. (2025). L'Ultimo Turno, recensione: il film di Petra Volpe è un manuale di cinema
https://movieplayer.it/articoli/lultimo-turno-recensione-film-petra-volpe_36056/
Consultato il 7/972025