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Cultura e Società

Gaetana Filippi. Viaggio Psicoanalitico attraverso Buzzati. Tra biografia, narrazione e raffigurazione, di Silvana Valle

“ POI  ACCADDE  QUELLO  CHE  TUTTI  SANNO” [1]

Recensione di Gaetana Filippi
al libro di
Silvana Valle
Viaggio Psicoanalitico attraverso Buzzati
Tra biografia, narrazione e raffigurazione
Fabrizio Serra Editore, MMXXV Pisa-Roma

 

Prendere in mano questo libro, con questo titolo mette soggezione. Non soltanto perché si è naturalmente prevenuti verso una proposta di lettura psicoanalitica, per di più, di un autore scomparso da più di cinquant’anni, ma è proprio la proposta di una lettura psicoanalitica  in absentia che turba.
Viaggio psicoanalitico, di chi?, Attraverso, moto per luogo?, di causa?, di agente? Buzzati, Dino? Buzzati? Dino Buzzati? Dino Buzzati Traverso?
Ma l’autrice aggiunge Tra biografia, narrazione e raffigurazione, e allora con la curiosità indotta dal nome Buzzati iniziamo la lettura.
La temperie emotiva che poi caratterizzerà tutto lo scritto, si presenta subito, dalle righe iniziali: l’autrice scrive Questo testo è per me, etrusco-romana, un atto d’amore verso Belluno, la mia città adottiva e il suo territorio, “Casa” per Dino Buzzati.[2] Questa triangolazione legata da un sentimento di affetto, di riconoscenza, di bellezza, di poesia sarà la sigla di tutto il viaggio.
E ogni lettore sa che il viaggio psicoanalitico attraverso Buzzati, è il proprio.

Ne La galleria delle stampe, Escher mette nell’angolo sinistro del quadro, un visitatore, di spalle, che guarda le stampe alla parete; per la forza dello sguardo, il contenuto del quadro si espande, si dilata al punto da incorporare la galleria e il visitatore che diventano parte del quadro.
In questo Viaggio Psicoanalitico attraverso Buzzati, Valle fa una proposta di lettura tale che le domande sottese alla narrazione hanno un valore universale per cui tutti possono adeguare la domanda  al proprio vissuto.
E dischiusi i due battenti, kairos e kronos, del grande portone Tempo, entriamo nel giardino della villa di San Pellegrino dove inizia il viaggio con Silvana Valle e dove andiamo ad incontrare i luoghi di Dino Buzzati, due della realtà: il giardino e la montagna, due del sogno e della fantasia: le nuvole e il deserto.
Sempre di Escher  c’è una litografia delle scale, Relatività, la cui visione perturbante è data , tecnicamente parlando, dalla compresenza, sullo stesso piano, di tre punti di fuga diversi, ma che ottiene l’effetto di mettere in una relazione di continuità livelli diversi dello spazio rappresentato, così l’autrice presenta tre livelli diversi che vengono presentati contemporaneamente in modo che l’uno fornisca elementi di spiegazione per l’altro. Il primo livello è quello della titolazione che fa da contenitore alla gran mole del materiale biografico, letterario, pittorico e interpretativo che viene utilizzato per avvicinare la complessità della personalità dell’uomo Dino e dell’artista Dino Buzzati.
Il secondo livello è quello della individuazione del trauma, del lutto non risolto, congelato, forse avvicinato nell’ultima parte della vita dell’artista; il terzo livello è dato dal riconoscimento da parte di Valle dell’importanza della continuità del messaggio artistico nell’affiancamento, e quasi sostituzione, alla parola scritta della creazione pittorica, il  bioniano divenire in O[3] del proprio Sé creativo: dalla letteratura alla pittura, dalla pittura alla letteratura in uno scambio continuo.
La titolazione che diventa struttura e contenitore si presenta come una sintesi di grande potere evocativo che definisce l’argomentazione: In principio era la casa, anzi il giardino[4] a cui segue Il primo giardino: dell’Eden e della luna[5] che già introducono a una atmosfera sognante e fiabesca. E che il lettore abbia nel proprio ricordo un bosco, un hortus conclusus o semplicemente un angolo di balcone fiorito, sa di quale sogno si sta parlando, perché nell’infanzia abbiamo tutti guardato il mistero del cielo, di giorno, di notte specialmente, quando la fantasia se ne va da sola costruendo mondi inaccessibili al resto del mondo diurno.
La divisione data dalla titolazione definisce l’argomento, seguendo un iter evolutivo psicoanalitico, con una proposta interpretativa che attraversa livelli diversi di tempo e di spazio ma verosimile nell’individuazione del nucleo traumatico; e l’uso della prima persona nelle citazioni ci fa arrivare viva la voce del protagonista, attraverso l’intervista con Panafieu, i Diari, le lettere a Illa (Arturo Brambilla) il grande amico storico, e ci arriva come in una continua confessione, più o meno conscia, su di sé. La capacità dell’autrice di far emergere il non detto e il non-conscio si appoggia sulle testimonianze evinte sia dalle opere letterarie sia  dalle opere pittoriche del Buzzati maturo come, per esempio, nella proposta interpretativa che Valle fa del quadro Nella nebbia, acrilico su tela del 1966, in cui quattro bellissimi occhi di donna ci fissano con uno sguardo insostenibile. Allora gli interrogativi che emergono su quella primissima età dell’eden e della luna sono molteplici: cosa può aver turbato la fusionalità iniziale con la madre? Come si può rappresentare un disagio che avviene prima della parola? che non può essere detto? L’immagine arriva dove le parole si devono fermare: l’indifferenza e la ferita del non sguardo, variazione sul tema dell’impossibilità di reciprocità[6], come propone Valle, è il tema di tutta la vita di Dino Buzzati. Il doppio sguardo della madre e della balia potrebbe aver avuto una incidenza che non è stata poi mai più recuperata, un microtrauma, come lo definisce Valle, che gli eventi successivi andranno ad acuire[7].
Gli eventi successivi sono gli incontri prematuri con la morte.
Perdite precoci nell’idioma del giardino. Il Diario[8] . Ai suoi sette anni, la  vita  della famiglia è sconvolta dalla morte dello zio, fratello amatissimo della madre, e Dino bambino assiste al dolore inconsolabile della madre che poco dopo darà alla luce l’ultimo figlio: specialmente la vita di Dino è sconvolta, mai più sarà come prima. A quattordici anni perde il padre.
Sempre nello scenario del giardino, assistiamo al passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Dinubis, il soprannome che Dino si da nella corrispondenza con Illa: Dino più Anubis il dio egizio traghettatore di anime nell’aldilà.
La capacità di Valle di ricostruire il contesto educativo, affettivo familiare è molto efficace per spiegare le reazioni al lutto che travolgono la giovane famiglia. Il controllo delle manifestazioni emotive imposto dalla educazione familiare, l’esempio di tenuta coraggiosa contro le avversità dato dalla madre, costruiscono una corazza nell’adolescente che si rifugia nei pochi ricordi che ha del padre. Come la frase che Valle cita come prezioso reperto del ricordo del padre del Dino bambino   Guarda, lassù ci son le nevi eterne![9]

Ma il lutto non elaborato, congelato, individuato da Valle come la causa della impossibilità di affidarsi, di abbandonarsi alle emozioni, porta anche tanta rabbia inconscia la rabbia della rabbia.
Nel 1947, il 17 luglio, Dino Buzzati inviato del Corriere della sera, va ad Albenga dove era avvenuta una tragedia tremenda: quarantotto persone, di cui quarantaquattro bambini morirono per il naufragio della barca dove erano saliti per una gita in mare. Buzzati nel primo articolo che scrive per il giornale, descrive lo strazio dei genitori che arrivano per il riconoscimento dei figli. In particolare è colpito da un genitore: Soprattutto terribile mi sembrò un padre. Guidato come un automa da un infermiere ritrovò quasi subito il suo bimbo. Era un signore sui trent’anni vestito correttamente di grigio...Veniva da solo...Lui non disse una parola, non ebbe un sospiro o una lagrima, lo vidi anzi a poco a poco diventare di pietra. Fissava con avida intensità il figlio nato inutilmente da lui e mi parve di leggere nella sua faccia un rimorso cupo, senza rimedio, quasi che tra l’uomo e il bimbo ci fosse stato un lungo meschino malinteso. Avrei giurato che lui chissà per quali mediocri motivi non avesse mai sentito il bisogno di tenerselo vicino e che ora invece capisse di aver sbagliato l’intera vita: ma era troppo tardi e il malinteso durerà in eterno e l’ingiustizia brucerà dentro di lui per anni e anni...Il taciturno signore, immobile come una statua, faceva più paura di tutti.”[10]

Da questo chiasmo identificativo, i due figli, uno vivo e l’altro morto e i due padri, l’uno vivo e l’altro morto, forse emerge lo stesso rimprovero che l’adolescente Dino rivolge al padre che con la sua morte, ora lo ha abbandonato per sempre.
Il grande lavoro di pensiero che si intuisce essere alla base dello scritto di Valle, rende facile e leggera la lettura, anche aiutata da una lingua precisa nella capacità di tradurre il non detto e il saputo non pensato che si cela negli scritti di Buzzati e che Valle riesce a transcodificare aiutata dalla proposta interpretativa della produzione pittorica.
I disegni, gli acrilici su tela, gli inchiostri di china su carta, le tempere, gli oli riescono a raccontarci anche quello che Dino Buzzati non avrebbe mai voluto farci sapere di sé.
Specialmente quella inconscia ricerca dell’oggetto trasformativo che per tutta la vita gli sfuggirà e che incontrerà solo alla fine della sua vita nell’amore per Almerina, l’unica donna sposata e consapevolmente amata.
La grande padronanza da parte di Valle di tutto il materiale biografico e artistico a cui attinge, ci porta al riconoscimento di un altro aspetto straordinario del libro che contribuisce a far diventare la lettura psicoanalitica in presenza: l’accuratezza delle citazioni, quasi tutte in prima persona, sembrerebbe dalla viva voce del protagonista, citazioni completamente coerenti con l’argomentazione che si viene sviluppando.
L’esperienza terapeutica psicoanalitica di Valle si manifesta in questa capacità di individuare nel materiale autobiografico dello scrittore-pittore-giornalista gli indizi peculiari ad una lettura psicoanalitica delle difese, delle caratteristiche sadiche dell’atteggiamento verso le donne, e anche verso i suoi lettori, che lo stesso Buzzati si riconosce, unite a tratti disperatamente romantici e richiedenti.
Aver saputo fatto parlare la produzione figurativa dello scrittore trattandola non come un hobby ma come l’espressione autenticamente creativa, ha permesso a Valle e ai suoi lettori di avvicinarsi a Dino Buzzati con maggiore consapevolezza della modernità e complessità del suo messaggio artistico.

Guarda, lassù ci son le nevi eterne! Da questo ricordo della frase del padre detta soltanto a lui, nasce forse l’amore di Dino bambino per la montagna? Quello che è certo è che questa per la montagna, ci conferma Valle, è la passione più durevole di Dino, durerà infatti tutta la vita. Confessa a Panafieu la fascinazione che ha per lui la montagna e l’arrampicarsi: E’un’intimità segreta...che riguarda quel pezzo di roccia lì e me. E nessun altro la conosce...non ci si arrampica quasi mai sulla parete. Ci si arrampica dentro i camini, perché ci si può appoggiare da tutte e due le parti[11].
Come non pensare alla natural burella  (v.98, canto XXXIV, Inferno) di Dante? 
La Montagna-padre da raggiungere dopo aver lasciato il camino-utero in cui non permanere, afferma Valle, aggiungendo che quella verso il padre è stata per Dino l’arrampicata tanto ardentemente e nascostamente desiderata, quanto mai conclusa[12].
La sintesi della riunificazione degli scenari interni, la troviamo testimoniata nel dipinto, olio su tela del 1952, Piazza del Duomo a Milano in cui le guglie gotiche del Duomo prendono le forme delle sue amate Dolomiti, e la grande piazza diventa i pascoli montani con i covoni di fieno da raccogliere.

“Che cosa sono  le nuvole?” chiede il burattino-Otello-Davoli al burattino-Jago-Totò nel film di Pier Paolo Pasolini: nella discarica dove sono stati gettati e dove sono caduti supini, per la prima volta il burattino-Davoli vede il cielo e nel cielo, bellissime, le nuvole. Le più belle nuvole di tutta la storia del cinema. Questo spettacolo di bellezza riscatta l’infinita miseria della situazione dei due burattini, così come consolatoria è la scoperta della Luna piena per Ciaula della novella pirandelliana.
Le nuvole di Buzzati non sono consolatorie, sovrastano, pesantissime, le figurine umane che le guardano, e che solo con la fantasia riescono a farne altro, magari persecutorio come nel racconto Le tentazioni di Sant’Antonio[13].  
Quelle nuvole che cambiano continuamente forma,  e non si fermano mai, mettono in agitazione il giovane prete, don Antonio, che, mentre sta spiegando il catechismo ai contadinelli della sua parrocchia, viene distratto dai repentini cambiamenti di quelle nuvole, lassù, che prendono le forme dei suoi più nascosti desideri. La prima forma che prende la nuvola è un morbido letto a baldacchino, che subito cambia e diventa  un grande palazzo con stanze, invitati e mense imbandite, come nell’olio su tela Le nuvole , del 1957. E poi ancora la nuvola prende la forma di una mitria gigante quasi da Pontefice, ma è il divenire della nuvola, quello che più terrorizza don Antonio; quale sarà la prossima figura? Fa di tutto per non guardare quella nuvola tentazione del maligno, ma noi  sappiamo quello che don Antonio non vuole guardare, perché Buzzati , con la pittura, ce lo rappresenta: è Il metodo Salib, che è una china su carta ante 1966, in cui una giovane bella donna è legata da corde che la immobilizzano, in una contorsione sadica, dentro uno spazio angusto.
La pace per don Antonio è ristabilita dalla banalità del quotidiano. Passata la tempesta emotiva, le nuvole tornano a essere normali cumuli vaganti nel cielo anonimo. Anzi ...egli non vide che nubi indifferenti, dall’espressione idiota, vesciche di vapore, mucillagini di nebbia che si disperdevano in brandelli...Nuvole e basta[14].
Sempre in questa novella c’è un’altra immagine che è da sempre presente nel repertorio buzzatiano
La  Tebaide che  ci piace identificare con il dipinto giovanile di Beato Angelico agli Uffizi, che molto probabilmente Dino potrebbe aver visto a casa di Illa il cui padre era pittore.
Questa tavola non è il deserto perché è un paesaggio ubertoso e verde, anche densamente abitato, ma ogni anacoreta è solo davanti al suo speco, e la diversa umanità che popola il quadro è immersa in una solitudine incomunicabile, ciascuna figurina intenta al proprio compito di vivere la vita con la fatica del proprio destino.
In Buzzati La Tebaide perde i colori e diventa Deserto , ocra e marrone, quello che vede per tutta la sua vita il tenente Giovanni Drogo[15] che ne scruta l’orizzonte nell’attesa vana della nuvola di polvere alzata dalle torme dei Tartari che avanzano minacciosi. E’ il deserto che circonda Le mura di Algoor[16]  dove si consuma l’attesa, bivaccando e ascoltando i racconti, i “si dice” di coloro che hanno sentito raccontare di due fili di fumo alzatisi sopra la città, visti da qualcun altro, testimonianze che giustificano l’esserci, ma più che altro il restarci, perché prima o poi quelle porte della città si apriranno.
E c’è la presentazione del Buzzati pittore, quando le parole non riescono più a rappresentare la fine delle illusioni, il deserto lasciato dalla fine delle speranze: Gli ultimi re delle favole si incamminavano all’esilio. Acrilico su cartone del 1970, due anni prima della morte, la cui didascalia prosegue E sul deserto del Kalahari le turrite nubi dell’eternità passavano lentamente. Quelle figure “aguzze, triangolari, completamente ammantate”[17], come le descrive Valle, che se ne stanno andando, ci trasmettono una ineluttabilità della loro scomparsa, ancora un passo e non le potremo più trattenere, e una nostalgia inconsolabile per la perdita definitiva del mondo felice e rassicurante dell’infanzia.  Il suono dei passi dei re delle favole che se ne vanno, rimbombano in un silenzio cristallino, gelido che richiama l’aria immobile delle piazze vuote di De Chirico.

La frase che fa da titolo a questo lavoro è la frase finale di uno dei Sessanta racconti, dal titolo Rigoletto. E’ il  racconto, fatto dal narratore in prima persona, di una sfilata militare festosa per le vie della città.
Dopo i carri armati cominciano a sfilare strane macchine un po’ sgangherate con dentro personaggi che somigliavano più a professori di filosofia che a soldati ; dalla torretta di uno di questi trabiccoli  emerge un omino con una gobba che  viene accolto da una voce che grida  Dai Rigoletto! Improvvisamente da questo improbabile corteo si alza un fumo, poi altre minacciose colonne di  fumo seminano il panico tra gli astanti, e il narratore, in prima persona, racconta  della sua corsa disperata per mettersi in salvo. [i]
Poi accadde quello che tutti sanno[18].
Un ossimoro criptico, perché in realtà nessuno sa niente di quell’avvenimento. Il racconto termina con questa frase lapidaria. Ma c’è un inchiostro di china su carta del 1924, Le palais hanté di E.A.Poe che ci viene in aiuto: è il ghigno della morte che trionfa.
In questa chiusura del racconto, in cui l’acme di una emozione generale della folla si smorza in una frase banale, quasi una beffa all’enorme emozione costruita, c’è tutto Buzzati con la sua disillusione, la sua umanità sconsolata, la sua ironia.

Diventa quello che sei, dice Nietzsche, che Bion definisce divenire in O, cioè esprimi quello che sei, per farlo hai tutta la tua vita, con un lavoro doloroso di ricerca della tua verità.
Valle ha ricostruito un exemplum di come si fa, mettendo insieme tutta la vita, i dolori, le difese di uno dei più rappresentativi scrittori del Novecento ed evidenziando il lavoro di ricerca che lo scrittore-pittore ha fatto per esprimere tutta la creatività del suo mondo interno cercando tutti i mezzi che lo aiutassero nella  fatica della  ricerca di se stesso.
Il lavoro di Silvana Valle, nella piacevolezza della lettura e nella proposta di una diversa intensità di vivere la vita, ci aiuta a fare nostra la riflessione di Dino Buzzati nell’Autoritratto:
Quanto meschina sarebbe , di fronte a un grande spettacolo della natura, la nostra esaltazione spirituale se riguardasse soltanto noi e non potesse espandersi verso un’altra creatura[19].
E ancora, sempre nell’intervista a Panafieu: Un plenilunio..Perché commuove?..Perché in questa luce...uno immagina o sente qualche cosa che può accadere nel futuro E cosa può accadere  di massimamente desiderabile per l’uomo? Evidentemente un episodio d’amore[20].


Gaetana Filippi

 

BIBLIOGRAFIA
Beato Angelico, Catalogo della mostra di Palazzo Strozzi e Museo di San Marco a Firenze, Marsilio Arte ed., Milano, 2025.
W.R.Bion, (1970), Attenzione e interpretazione, Armando Armando editore, Roma, 1987.
D.Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori editore, Milano, 2012.
D.Buzzati, Sessanta Racconti, Mondadori editore, Milano, 2025.
F.Nietzsche, Ecce homo Come si diventa ciò che si è, Adelphi editore, Milano 1991.
S.Valle, Viaggio Psicoanalitico attraverso Buzzati Tra biografia, narrazione e rappresentazione, Fabrizio Serra editore,MMXXV, Pisa-Roma.

 

[1]) D. Buzzati, 1958, Rigoletto in Sessanta Racconti, Milano, Mondadori, 2025, pag.257.
[2]) S. Valle, Viaggio Psicoanalitico attraverso Buzzati Tra biografia, narrazione e rappresentazione, Fabrizio Serra editore,MMXXV, Pisa-Roma, pag.7
[3]) W.R.Bion,1970,Attenzione e interpretazone,Armando Armando ed.,Roma 1987, pag.189
[4])S.Valle, op cit.,pag.19
[5])S.Valle, op.cit., pag.22
[6])S.Valle, op.cit.,pag.97
[7])S.Valle op.cit., pag.28
[8])S.Vall, op.cit., pag..42
[9])S.Valle, op.cit.,pag.7
[10]) D.Buzzati, Corriere della sera, 17 luglio 1947
[11])S.Valle,op.cit., pag.59
[12])S.Valle, op.cit.,pag.59
[13]) D.Buzzati, Le tentazioni di Sant’Antonio in Sessanta Racconti, pag.245
[14]) D. Buzzati, op.cit.,pag.249
[15])Il tenente Giovanni Drogo è il protagonista del romanzo di Buzzati, Il deserto dei Tartari.
[16]) D.Buzzati, Le mura di Algoor in Sessanta Racconti, pag.309
[17]) S.Valle, op.cit.,pag.60
[18]) D.Buzzati, op.cit.,pag.260
[19]) S.Valle, op.cit.,pag.97
[20]) S.Valle, op.cit., pag.98
[i]

 

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