GIURITA ZOENA. ANUS MUNDI, DI WIESLAW KIELAR
Giorno della Memoria 2026
Riflessioni sulla Memoria e sul libro di Wiesław Kielar “Anus mundi. Cinque anni ad Auschwitz-Birkenau”
Di Giurita Zoena


“Chi è stato torturato rimane torturato. […]
Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo,
l’abominio dell’annullamento non si estingue mai.
La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso,
demolita poi dalla tortura, non si riacquista più.” 1
Primo Levi
“Ci spostammo. Nel nuovo posto c’era più erba. Plagge era rimasto con noi e oh! finalmente smise di fischiare. Chiese qualcosa al caposquadra. Un altro ordine. Voleva che estirpassimo l’erba con i denti. In bocca mi entrò il gusto amaro dell’erba. Sabbia tra i denti, polvere nel naso, e il sole picchiava sulla nuca. Cominciai a provare dolore alla schiena e sentivo che il collo si stava intorpidendo. Avrei preferito a questo perfino lo “sport”. Delle risate si udirono da lontano. Un gruppo di kapo esprimeva ad alta voce la propria ammirazione per la brillante e geniale trovata delle SS. Soddisfatto di sé, Plagge accese la pipa. Come doveva essere divertente guardarci: un branco di esseri umani che brucavano ai piedi del loro buon pastore. Nessuno posava un dito su nessuno, nessuno prendeva a calci nessuno, eppure qualcuno crollava, privo di sensi.” 2
“Anus mundi. Cinque anni ad Auschwitz-Birkenau” (1972) di Wiesław Kielar, da cui è tratto il brano che apre questa riflessione, è un resoconto asciutto, crudo e dettagliato di reiterate esperienze disumanizzanti che terrorizzano e disorientano anche quando non sono fatti puramente intrisi di sanguinosa violenza agita. È una testimonianza che rompe il silenzio, oggi così come ottantuno anni fa, quando il 27 gennaio 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz. Quattrocentodiciannove pagine: una lunga, estenuante descrizione di una quotidianità quasi banale ma mai monotona, in cui l’impensabile accade sotto lo sguardo di molti, davanti a tanti occhi aperti capaci di guardare ma non di vedere davvero, di fronte a coscienze che rimangono assopite e dormienti.
Un testo scritto che, con le sue righe marcate di nero che emergono mestamente dalla pagina bianca, non scorre rapido come un’immagine visiva: esso al contrario procede lentamente, concedendoci tutto il tempo di lasciar fluire pensieri ed emozioni, e di poter immaginare i colori, suoni, odori di ogni scena. C’è qualcosa di inquietante nella narrazione di Kielar, qualcosa che al contempo è anche molto tranquillo. Tutto sembra così normale: non sono descritti episodi di concitazione, non ci sono colpi di scena, misteri, risoluzioni, gli eventi ordinariamente accadano, inquietamente scivolano via nel tempo e nello spazio, avvicendandosi gli uni con gli altri
Questo modo distaccato e asettico di narrare le sue memorie ci offre la possibilità di metterci in contatto con uno strano dolore di cui il racconto è intriso. È un dolore sordo, sconcertante e spersonalizzante: proprio perché non è acuto ed eclatante, ci attanaglia quando le parole iniziano a scorrere sotto i nostri occhi, attraversando la mente fino poi ad arrivare sottopelle sospinte dal ritmo del battito cardiaco, il cui rumore rimbomba incessante e assorda tutti i nostri sensi. Le stesse parole che potrebbero essere liberanti e salvifiche, quelle che consentono all’autore di sgravarsi da un peso e di condividerlo con chi legge, ci legano forte. Ci pietrificano.
“Era difficile separare quei corpi intrecciati. A uno a uno, li trascinammo nel corridoio e gli altri li trasportarono su per le scale. Più penetravamo nelle celle, più arduo diventava recuperare i cadaveri. Premuti gli uni contro gli altri, benché morti, avevano mantenuto la stessa espressione che avevano avuto, presumibilmente, due giorni prima. I loro volti erano blu, quasi violacei. Gli occhi dilatati minacciavano di saltare fuori dalle orbite; le lingue sporgevano tra le labbra aperte; i denti scoperti davano alle loro facce un aspetto inquietante. […] anziché sollevare i cadaveri, ognuno cominciò a trascinarli dietro di sé tenendoli da una mano o da un piede. In questo modo il nostro lavoro diventò molto più veloce e agevole. L’intero bunker era stato disinfettato con il cloro, il che rendeva la fatica meno gravosa. È vero, il forte odore del cloro ci faceva bruciare gli occhi, ma almeno riduceva l’afrore dei corpi. Il problema più grande rimaneva il trasporto per le scale. Le loro teste, pesanti, urtavano contro ogni gradino con un tonfo sordo, le estremità inerti s’impigliavano nelle sporgenze e in corrispondenza delle soglie. Al piano superiore, nel corridoio vicino al bagno, gettavamo i corpi sul pavimento; lì, altri prigionieri li spogliavano intanto che noi ritornavamo indietro a prendere un altro carico.” 3
Quanto è complesso stare di fronte ad un testimone dei laceranti dolori provocati dal banale fluire del male? Egli parla rivolgendosi direttamente ai lettori e chiamandoli in causa per renderli, insieme a lui, protagonisti e nel contempo spettatori inermi dell’idiozia della crudeltà. C’è una sottilissima differenza tra la banalità del male, che il Giorno della Memoria rievoca, e la violenza deflagrante di mitra e cannoni: gli effetti distruttivi sono pressoché identici, ma c’è qualcosa in quella modalità strisciante e “normale” che turba, perché ci confonde nel momento stesso in cui non siamo in grado di riconoscerla immediatamente. La stessa confusione perturbante di quando confondiamo un morto vivente con un vivo.
Siamo a casa nostra, un luogo conosciuto e confortevole, eppure siamo anche ad Auschwitz. Siamo al sicuro, ma pur sempre inquieti e smarriti. Un libro tra le mani possiamo chiuderlo in qualsiasi momento, ma comunque ci zittisce e continua ad interrogarci. Paradossalmente si possono tollerare meglio le immagini cruente che intrudono nella nostra quotidianità: una certa anestesia, la difesa che fa seguito all’immediata identificazione della violenza, ci ha insegnato a rigettare e proiettare quei vissuti emotivi scomodi e sgradevoli, oppure l’immediata solerzia, unitamente a un forte senso di compassione e giustizia, ci spinge a ribellarci. La parola che narra il male sordo, invece, che comincia con tanti piccoli gesti all’apparenza insignificanti e a volte privi di senso, come quello perpetrato dal nazifascismo a discapito di milioni di cittadini europei, a differenza della distruttività chiaramente identificata e identificabile, toglie terreno alla nostra mente lasciandola priva della capacità di sognare e pensare, creano un corto circuito.
La Shoah è partita da questo: dal sentirsi avvolti dal male senza poterlo vedere chiaramente, dall’aver accettato come normali una serie di leggi, di imposizioni credendo che non fossero nulla di eccezionale, dall’inganno che non ci fosse proprio alcun motivo per ribellarsi a qualcosa di sbagliato. Se ogni cosa è banale, allora significa che è innocua. E invece, come ci ricorda J. Safran Foer, ogni cosa è illuminata, o meglio ancora illuminabile, dalla luce del passato. E questo non vale solo per la psicoanalisi, che si mette costantemente alla ricerca della storia di ogni sintomo e di ogni dolore per cercare di dar loro un senso.
La luce del passato che Kielar narra è uno strumento: parla alle donne e agli uomini di oggi chiedendo loro di allenarsi a riconosce il male; non quello eclatante delle bombe deflagranti e dei missili che annientano con la loro potenza distruttiva accompagnati da assordanti e terrifici rumori, ma il male che viene subito prima. Quello che scaturisce da una discriminazione, da una ideologia faziosa, dall’associare concetti che non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri e sovrapporli, confondendoli. Infine, il male che scaturisce dalla onnipotente illusione che ci spinge a dire che la situazione non è poi così grave.
L’Autore non chiede niente al lettore, se non di essere ascoltato. Non esprime opinioni, non fa considerazioni o interpretazioni e commenti. Non si esprime, non formula idee. Solo fatti. La sua testimonianza ci scruta, ci interroga. Non tanto su cosa ce ne facciamo di una testimonianza, che pure a mio avviso è un quesito legittimo, quanto su un interrogativo prioritario, a prescindere dal quale non possono scaturire gli altri: la luce di una testimonianza si imprime dentro di noi sollecitando la capacità di vedere finalmente l’invisibile?
Se andiamo all’etimologia latina del termine “memoria”, che la denominazione di questa giornata pone al centro di ogni riflessione, ci accorgiamo che esso indica sia la funzione e il processo di immagazzinamento di informazioni e ricordi che il ricordo stesso, le memorie appunto. E come può una memoria iscriversi se non reiteriamo il circuito riverberante che consente a fatti e avvenimenti di impiantarsi nella nostra mente e sotto la nostra pelle?
Memoria è sinonimo di testimonianza e, se vogliamo, questo giorno potrebbe chiamarsi anche Giorno della Testimonianza. È la testimonianza che parla, non noi. Questo è un giorno di silenzio, un giorno in cui ci lasciamo attraversare dalle memorie affinché diano luce a ciò che ancora non abbiamo visto. La memoria, funzione e informazione, è la protagonista di racconti e i fatti, e noi non siamo chiamati a commentarli o a interpretarli, non oggi. Leggere Kielar è ascoltare la voce ferma di un testimone: capitoli brevi, densi, incisivi, che lasciano spazio a vissuti emotivi destabilizzanti e a volte ambivalenti. Al lettore è solo chiesto di partecipare con la propria emotività, egli aggiunge colore e calore alla narrazione attraverso il sublime turbinio di sensazioni e affetti che nascono da un ascolto silenzioso e rispettoso. È un teatro a due, scrittore e lettore: l’uno non esiste senza l’altro ed entrambi coabitano uno spazio-tempo in cui ciascuno ha un ruolo preciso, il primo narra e l’altro è investito del compito di custode di quella narrazione.
Spesso ci sottraiamo a questo coinvolgimento. Pensiamo che la memoria sia dibattito, confronto di opinioni. Tante volte la scambiamo per una caccia all’insegnamento. Questo testo bellissimo nella sua pungente crudeltà non ha come i “Racconti di Esopo” alla fine un breve insegnamento (che noi erroneamente chiamiamo “morale”). Il testo lascia ciascuno di noi libero di sentirsi coinvolto secondo la propria soggettività, esperienza senza la quale non saremmo in grado di creare nella nostra mente uno spazio di accoglimento e riformulazione degli eventi
“La storia ci insegna! Ma che ci insegna?” 4 recita il verso di una celebre canzone di Simone Cristicchi (2007) stampata su un segnalibro che girovaga sovente tra i miei libri e che spesso mi ritrovo tra le mani, con quel suo interrogativo categorico che pretende una risposta che, ahimè, non so dare. Non credo basterà un’intera esistenza per rispondere a questa domanda, perché ogni volta che si costruisce una risposta accade qualcosa che la disfa e noi tutti siamo costretti a ricomporla. Ancora e ancora.
Oggi è il giorno in cui si celebrata la memoria. Ma le nostre soluzioni possiamo cercarle domani.
“In modo automatico, quasi al collasso, riportammo il camion vuoto di nuovo nel campo. Eravamo intrisi del puzzo ributtante dei cadaveri. L’SS di guardia si voltò schifata, coprendosi il naso con il fazzoletto. “Andate via, puzzole rivoltanti! Sparite!”. L’anziano del blocco aveva tenuto da parte la nostra cena. Ci toccarono razioni supplementari. Il solo pensiero del cibo mi faceva venire voglia di vomitare. Andai ai bagni, di corsa. Mi lavai con acqua calda. Avrei voluto sfregare via ogni traccia di quelle notti terribili. Lo sporco venne via con l’acqua calda, ma le tracce rimasero. I capelli di Marian erano diventati tutti bianchi. Nonostante la stanchezza, nessuno riuscì a prendere sonno, ad eccezione di Teos. Doveva sognare, perché si rivoltava inquieto, borbottando, ogni pochi minuti: “Su per il camino, qualunque cosa accada.” 5
BIBBLIOGRAFIA
Kielar W. (1972) “Anus mundi. Cinque anni ad Auschwitz-Birkenau”. Giuntina, Firenze, (2024);
Levi P. (1986) “I sommersi e i salvati”. Einaudi, Torino, 1991;
Mucci, C. (2008) “Il dolore estremo. Il trauma da Freud alla Shoah”. Borla, Roma, 2008.
SITI CONSULTATI
www.simonecristicchi.it
1 Levi P. (1986) “I sommersi e i salvati”. Einaudi, Torino, 1991, pag. 14.
2 Kielar W. (1972) “Anus mundi. Cinque anni ad Auschwitz-Birkenau”. Giuntina, Firenze, (2024), pag. 25.
3 Kielar W. (1972) “Anus mundi. Cinque anni ad Auschwitz-Birkenau”. Giuntina, Firenze, (2024), pag. 91.
4 Cristicchi S. (2007) “L’Italia di Piero”. Canzone e secondo singolo estratto dall’album “Dall’altra parte del cancello”, 2007. www.simonecristicchi.it
5 Kielar W. (1972) “Anus mundi. Cinque anni ad Auschwitz-Birkenau”. Giuntina, Firenze, (2024), pag. 97.