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GUIDO BENZONI. QUELLO CHE SO DI TE, DI NADIA TERRANOVA

Quello che so di te
di Nadia Terranova

Recensione di Guido Benzoni

 

Molta Follia è il più divino Senno
Per un Occhio perspicace
Molto Senno la più assoluta Follia
È la Maggioranza
In questo, come in Tutto, a prevalere
Acconsenti e sei sano
Disapprova sei subito pericoloso
E trattato con Catene

Much Madness is divinest Sense (E. Dickinson, Poesie 1890)

 

Nadia Terranova è Autrice, da diversi anni, di romanzi per adulti e per bambini. La sua produzione letteraria ha riscontrato, dai suoi esordi, un ampio e significativo riconoscimento da parte del pubblico così come da parte della critica letteraria, che ha premiato in modo crescente e costante i suoi lavori.

L’Autrice ha esordito come romanziera con il libro “Gli anni al contrario”, una storia d’amore ambientata negli anni Settanta (vincitore al Premio Bagutta opera prima del Premio Brancati e del Bridge Book Award). Il suo Romanzo “Addio fantasmi” del 2019 è stato finalista al premio Strega 2019.
Nel 2022 Nadia Terranova pubblica “Trema la notte”, un altro romanzo che ha avuto, nuovamente un ampio e significativo ritorno di gradimento dal pubblico dei lettori.

Nel decidere di recensire l’ultimo romanzo, “Quello che so di te”, finalista al Premio Strega 2025, devo dunque premettere come, da lettore, ho personalmente sempre apprezzato la produzione letteraria di questa Autrice, che si avvale di uno stile di scrittura coinvolgente e suggestivo.
Ho letto l’ultimo romanzo di Nadia Terranova “Quello che so di te” (Guanda, 2025), poco dopo la sua uscita, durante la primavera scorsa, e mi sono confrontato, come lettore e come Psicoanalista, con un romanzo caratterizzato da una potenza narrativa che mi ha coinvolto, in modo quasi travolgente, da un punto di vista emotivo, in ragione della stimolazione che mi ha indotto su diversi piani, sia quello razionale che emotivo.
Per iniziare dunque a parlare di “Quello che so di te” non trovo modo migliore che lasciare la parola all'Autrice per mettere in evidenza il valore assunto dalla sua volontà di scrivere questa storia; una storia dove ella, come “neo mamma”, avvia una ricerca transgenerazionale collegata alla chiusura temporanea in manicomio, a Messina, della sua bisnonna Venera.

 “La famiglia è la storia che ti racconti, il modo in cui te la racconti, mentre ognuno vive il suo pezzo di vita, la sua parte nel gruppo… Scrivere è interrompere il non detto o crearne uno nuovo.”

La mia prima lettura ha suscitato molte riflessioni psicoanalitiche relativamente ai molteplici temi toccati dal Romanzo, tutti temi che riguardano il nostro lavoro di Terapeuti Analitici, temi affrontati in questo libro da diverse angolazioni.
La vicenda trattata nel Romanzo riguarda inevitabilmente il tema del transgenerazionale e del suo depositarsi, anche nel tabù familiare della malattia mentale, in quella che Terranova definisce la “mitologia familiare”. La “mitologia familiare” è quel racconto che diventa la versione ufficiale di una storia familiare che può diventare la storia interna, identitaria, talvolta inemendata e potenzialmente patogena di ogni suo singolo individuo; inoltre ella racconta con uno  stile narrativo avvolgente e coinvolgente  la condizione dei manicomi del Primo Novecento (in questo caso il “Mandalari” di Messina), la  propria ricerca di una verità personale condotta oltre le omissioni e i tabù del proprio  romanzo familiare, il vissuto di neo maternità dell’Autrice che attraverso  la revisione storica della figura femminile di Venera, cerca di rompere quel “sortilegio” di cui si sente parte in una storia caratterizzata da traumi e lutti ricorrenti e non collegati e  risignificati.
Per portare avanti questo racconto così ricco e fertile, l'Autrice utilizza un registro narrativo che alterna, in un intreccio atemporale, la propria voce narrativa e quella di Venera, la sua bisnonna ricoverata a causa di un “esaurimento nervoso” come si usava dire genericamente in psichiatria, anche in un tempo neppure troppo lontano.
Il pathos, con cui da neo-madre ci porta dentro le pieghe della sua ricerca familiare storica, mi ha in qualche modo iper-sollecitato nel momento in cui ho pensato che mi avrebbe fatto piacere recensire questo libro.
Mi sono trovato dunque nella condizione, e nella necessità, di leggerlo una seconda volta durante questa estate ormai passata; una necessità tesa a svestirmi, da lettore, del mio retroterra psicoanalitico ingolosito dalle tematiche del romanzo, per provare di farmi pienamente attraversare, nella seconda lettura, dalla radice emotiva personale stimolata dal testo e dunque cercare di scrivere questa recensione legando le mie evocazioni psicoanalitiche ad un pensiero libero e autenticamente fluente, una dimensione personale che sentivo troppo satura di cose da dire dopo la mia prima lettura.
Ho quindi deciso di rileggere con questo spirito il romanzo, mentre, nel contempo, otteneva numerosi riconoscimenti pubblici, domandandomi nuovamente:

Di che cosa parla, dunque il Romanzo di Nadia Terranova?
In prima battuta, brevemente, posso dire che l’Autrice, una volta divenuta madre, avverte la necessità e urgenza personale di un viaggio a ritroso, un viaggio esteriore ed interiore, nelle pieghe delle vicende delle sue generazioni passate.
Il diventare madre viene contrassegnato dal lascito di una macchia sul volto dell’Autrice, piccola ma indelebile, a testimonianza di una esperienza, la maternità, trasformativa e travolgente anche nel suo rappresentare un passaggio critico. La Terranova offre tutta se stessa per testimoniare come la sua maternità funga da elemento motivazionale per tornare alla storia della sua bisnonna Venera e del suo ricovero; un momento di fragilità di Venera probabilmente accentuato dal dolore inelaborato di un aborto.
Venera, la voce narrante che si alterna alla voce dell’Autrice, non è mai stata conosciuta ma viene sognata da tempo e ritorna presente al momento della maternità dell'Autrice a raccontarle la sua tragica storia di donna.  La ricerca avviata nel Romanzo sembra così rappresentare la necessità di dare voce alla criticità insita nel passaggio del divenire madre:  un passaggio molto delicato che può certo rappresentare un momento unico e indimenticabile di gioia e di incanto, come invece un passaggio che potrebbe ridestare, se le cose non vanno bene,  vissuti non elaborati di dolore e di fragilità psichica.
Accanto al vissuto di neo-madre, tardiva anagraficamente e per questo motivo ancora di più coinvolta nella propria ricerca, si attiva nell’Autrice il bisogno di conoscere e di ri-conoscere il proprio passato, confrontandosi con la “mitologia familiare”
L’Autrice applica, nell’avvio della storia narrata, qualcosa di affine a quanto avviene in un processo analitico nel momento in cui vengono toccati, nel proprio deposito mnemonico, i temi legati al proprio passato, fondamenta di un edificio identitario che spesso organizzano i modi di essere, sentire e pensare dell’essere umano.
Ella ritorna sulla vicenda della sua bisnonna, internata per un periodo di tempo al “Mandalari”.
I manicomi dell’epoca, ci ricorda l’Autrice, prendevano il nome dei medici che fondavano queste case di cura; la ricerca avviata nel tempo presente con il personale del manicomio ormai chiuso ma collaborativo nel reperimento di antichi documenti,  si collega e si confronta parallelamente alla coraggiosa e appassionante ricerca da parte dell'Autrice dentro quella che, con tonalità poetica, la mitologia familiare.
Nel Romanzo, la “Mitologia familiareche pone l’Autrice nella sentita urgenza personale di rivisitare la storia dei suoi Avi, delle loro vicende storiche declinate al femminile e al maschile, mi sembra che agisca, da un punto di vista narrativo nella vicenda di Venera e della sua malattia, come la funzione che assume il Coro nella tragedia greca.
Una mitologia familiare quindi che, nella analogia del Coro in me evocata, da protagonista dell'azione, nella narrazione, cede gradualmente la scena in modo più chiaro ai personaggi della Tragedia per poi tendere ad uscire di scena dall'azione stessa mantenendo una cornice di sfondo e perdendo però progressivamente di potenza nel momento in cui i nessi della storia si ricompongono.
Un percorso similare a quello che, nel corso del passare dei secoli, della storia della Tragedia Greca, muta la funzione del Coro e il suo essere sempre meno protagonista centrale nella sua rappresentazione scenica, in cambio di funzione che si snoda storicamente a partire da Eschilo, attraverso Sofocle per arrivare a Euripide.

Uno dei temi centrali del romanzo riguarda l’idea che nelle famiglie siano presenti in modo ricorrente silenzi, versioni parziali della storia familiare, omissioni che diventano inevitabilmente una "mésalliance" tra verità e finzione. La “mitologia familiare” però non rappresenta qualcosa che psichicamente rimane come un “precipitato inerte” nel nostro deposito mnemonico, ma diviene una dimensione manifesta e rimossa che influenza e condiziona la nostra mente, il nostro modo di pensare e di sentire emotivamente, fintanto che non lo rivediamo alla luce di una approfondita ricerca interiore.
L'autrice sembra dirci, e questo mi sembra in modo chiaro e potente, uno dei messaggi più forti e fecondi del suo racconto, che non possiamo davvero comprendere pienamente chi siamo davvero come persone se ignoriamo le parti rimosse o dissociate del nostro passato transgenerazionale.
Nei passaggi di vita fondamentali come, ad esempio, il divenire madre come l’Autrice ci racconta, o il divenire genitore, le “stelle del passato” possono felicemente allinearsi con armonia e serenità, così come, invece, possono scatenarsi, alle volte in modo improvviso e imprevedibile, antichi demoni mai affrontati eppure portati con sé nelle depressioni post partum così come quelli dei traumi precoci o dei dolori personali (come gli aborti) che solo le donne conoscono nella loro portata più intimamente  sofferente, in quanto vissuti insieme con l’esperienza corporea della gravidanza.
Insieme a questo tema transgenerazionale, il romanzo tratta di un altro tema di importanza capitale legato al femminile, all’essere donne fino al secolo scorso, marchiate in diagnosi psichiatriche che sembravano quasi delle prigioni lessicali come quella di Venera. L’’Autrice ritrova infatti il documento che classificava Venera con la diagnosi di “psicosi istero nevrastenica”: in questo passaggio Nadia Terranova riproduce la diagnosi dal linguaggio medico utilizzando il dialetto riclassificando Venera come “scantata (spaventata), scattiata (agitata) e streusa (strana).
Questa operazione viene motivata nella necessità di “tradurre, spaccare quelle tre parole per cercarne il seme”: andare dentro la diagnosi descrittiva, portatrice anche di uno stigma mortifero e di una fragilità femminile colpevole, per ricercare a fondo il vissuto emotivo e di dolore di Venera.
L’Autrice ci ricorda, a proposito del potere delle parole, del lessico familiare come di quello medico, come la “Mitologia Familiare” avesse sempre bisbigliato “Esaurimento nervoso” a proposito dello scompenso nervoso di Venera.
Rispetto a questo, ho ricordato, grazie alla lettura del libro a quanto Sigmund Freud e i suoi compagni di avventura che lo hanno accompagnato nella costruzione dell’edificio psicoanalitico di fine Ottocento, inizio Novecento, studiando proprio i fenomeni isterici, allora principalmente esplorati prevalentemente (anche se non esclusivamente) al femminile, abbiano dato spazio e attenzione clinica ad una contesto clinico storico che vedeva la donna in una condizione subalterna e passiva, che  storicamente la collocava nella impossibilità di esprimere autenticamente le emozioni collegate alle pulsioni, alla sessualità, ai desideri di autorealizzazione, alla possibilità di vivere in modo più libero la sofferenza e il dolore.
D. W. Winnicott afferma, più avanti, durante la seconda metà del Novecento come: “L’etiologia del disturbo psichiatrico esigeva ora dal clinico un vivo interesse per la raccolta delle anamnesi. In questo modo, gli Psicoanalisti divennero i pionieri della anamnesi psichiatrica e furono loro a riconoscere che la parte più importante della anamnesi deriva dal materiale acquisito nel corso della psicoterapia” (Sviluppo affettivo e Ambiente, p.158) mettendo in evidenza come le nostre personali storie familiari sono una base fondamentale su cui poggia la nostra identità psichica. Aggiungerei che la nostra memoria della nostra vita infantile, per come si stratifica nel corso del tempo, diviene una parte altamente significativa del nostro patrimonio identitario.
La ricerca di Nadia Terranova nel suo romanzo percorre lo sforzo di una ricerca transgenerazionale con la dovizia di chi, nel recupero di una analisi familiare, ha la necessità di reperire, e di ritrovare, un senso rinnovato di Sé, pur in continuità con il proprio esistere.

Ma non sono solo le donne le protagoniste di questo romanzo. A questo riguardo lascio la parola all'Autrice che parla del marito di Venera, il “Granatiere” che la accompagna in Ospedale: “Nel 1928 mentre lascia la sua seconda moglie all’ingresso del manicomio, il granatiere è sconfitto. Non è riuscito a cambiare il finale all’amore… Andò felice al talamo… adesso ha anche due bambine di cui occuparsi, Come può salvarsi? Come si salvano i padri?”. Un altro ricchissimo e attuale interrogativo, quello legato ai padri che Nadia lascia in eredità al lettore.
Nel ricordare la condizione del breve internamento e il clima culturale in cui avviene, ancora l’Autrice ci ricorda:” Venera non legge in manicomio; eppure, il 1928 è un anno in cui vengono pubblicati a distanza di pochi mesi romanzi in cui la femminilità veste abiti scandalosi e destabilizzanti: Orlando di W. Woolf ha per protagonista una donna nata uomo, il Pozzo della Solitudine di Marguerite Radcliff Hall un uomo nato donna. L’amante di Lady Chatterley, una donna che tradisce il marito…tirerei giù dallo scaffale Nadja di André Breton… ci sono il doppio e la follia, l’internamento e i manicomi degli anni 20”.

Il percorso del Romanzo si chiude con la conclusione della ricerca appassionante e appassionata dell’Autrice che può congedarsi anche dal “Mandalari” di ieri e di oggi: alla fine come nel termine di un percorso psicoanalitico riuscito, si può abbandonare il dispositivo che ci ha accompagnato nella ricerca mentale e corporea dove presente e passato si compenetrano in un rapporto duale.
Analogamente la conclusione della lettura mi riporta a ricordare, citando lo Psicoanalista tedesco Hans Loewald, come in tale percorso trasformativo gli “scheletri nell’armadio” divengano, nel campo della nostra memoria affettiva, più benevoli “antenati”.
Così si esprime H. Loewald a questo proposito: “Coloro che conoscono i fantasmi ci dicono che anelano a essere liberati dalla loro vita di fantasmi e condotti a riposare come antenati. Come antenati continuano a vivere nella generazione presente, mentre come fantasmi sono costretti a ossessionarla con la loro vita di ombre” (Hans Loewald, citato nel testo “L'esperienza della psicoanalisi” di Mitchell e Black, 1996).

Sono sinceramente grato a Nadia Terranova per avere scritto questo Romanzo, un racconto in cui si è donata anima e corpo. E che quindi ci lascia molto a cui pensare e ripensare, in modo vivo e creativo.

 

Bibliografia

D.W. Winnicott (2002) Sviluppo affettivo e ambiente Armando Editore Roma

Mitchell, S. A., & Black, M. J. (1996). L'esperienza della psicoanalisi: Storia del pensiero psicoanalitico moderno. Bollati Boringhieri.

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