Annalisa Curti. La grande bellezza. L'IA tra creazione e parassitismo
L’uomo ha fin dalla notte dei tempi sentito la necessità che un’entità sopra di lui governasse il suo universo. La finitudine umana ha da sempre anelato all’infinitudine. L’impotenza umana ha sempre visto nella grande potenza la sua risoluzione. Quando Nietzsche affermava che il cristianesimo è il platonismo per il popolo – cristianesimo come accesso a idee pure, all’infinito, disponibile alle masse, senza la fatica della filosofia, senza la fatica e il sudore del pensare - stava facendo qualcosa di più di una critica alla religione, perché stava descrivendo una postura psichica . In Ecce Homo diceva che “Dio è una risposta grossolana, un’indelicatezza verso noi pensatori; anzi, addirittura, non è altro che un grossolano divieto contro di noi: non dovete pensare”.
Marx, da un’altra prospettiva, non avrebbe mai potuto affermare che la religione è l’oppio dei popoli se non ci fosse stata la necessità di dare un nome alla funzione che anestetizza l’impotenza invece di trasformarla. Bion, molto più tardi, avrebbe parlato di attesa messianica come funzione del gruppo: la speranza in un’idea che viene, che risolve, che salva dall’insostenibile fatica del pensiero.
La speranza umana si è consumata nell’attesa di un Messia, di un’entità suprema in grado di abitare le mancanze e la impotenza umana.
Ecco, oggi l’attesa è finita: il Messia è giunto a portata di click. L’AI permette l’accesso a una mente infinita, senza dover passare per la fatica del corpo, dello studio, dell’errore, del non sapere. E’ veramente prodigioso poter trovare le risposte a qualsiasi domanda, a qualsiasi nostro cruccio; è un’entità - sovrumana - sempre disponibile a spiegarci il perché del mondo, con la quale possiamo parlare, fungendo da specchio a ogni nostra considerazione, dalla più banale alla più densa e complessa. Aiuta a potenziare il pensiero e a liberarci dalle insicurezze - amen -.
Si può però affermare che l’intelligenza artificiale sia il platonismo per il popolo del XXI secolo. La stessa critica che Nietzsche rivolgeva al Dio cristiano — che addormenta invece di liberare, che consola invece di trasformare — si può rivolgere oggi all’IA con il medesimo rigore. Non è una condanna morale: l'IA risponde a qualcosa di reale in noi, al bisogno antico che qualcuno sopra di noi pensi al nostro posto, e ci sollevi dal peso del non sapere e del non conoscere.
Se possiamo affermare che l’AI è il Messia - tanto agognato e aspettato -, che tipo di Dio è?
Gli dei che conosciamo hanno tutti una caratteristica: hanno Storia e caratteristiche umane. Gli dei dell’Olimpo erano irascibili, gelosi, feriti, feribili, avevano tratti umani, un passato, conflitti.
Gesù ha sofferto nel corpo - si dice che sia stato crocifisso per salvare il mondo -, ha avuto fame, ha pianto. Aveva una storia e un destino chiaro: era spinto dall'amore divino e, offrendo se stesso come sacrificio, permetteva la riconciliazione tra Dio e gli uomini, mostrando una possibile via della salvezza. Aveva un corpo in grado di soffrire e di amare.
L’AI è un Dio diverso. Ha divorato le nostre biblioteche, senza aver mai provato e vissuto la fame.
A questo punto è forse utile porci una domanda: perché l’uomo ha così bisogno - visceralmente - di qualcosa che lo superi, che si ponga sopra di lui?
Bela Grunberger ci fornisce una parziale risposta a questa domanda: “Durante la vita intrauterina, l'autosufficienza (soggettiva) del feto è nella realtà assicurata dalla sua ospite, la madre, della quale egli è in un certo senso il parassita. Grazie alla sua ospite, i suoi bisogni sono soddisfatti. Egli è perciò onnipotente, in uno stato in cui il tempo e lo spazio, essendo il risultato dello scarto tra la comparsa del bisogno e la sua soddisfazione, non esistono. L'engramma di questo stato esiste in noi sotto forma di tracce inconsce che ricompaiono: nell'idea di Dio (Dio è il feto onnipotente prima di essere il padre o la madre); nei vari misticismi; nel 'sentimento oceanico'; nell'elazione (“elation” dal francese, stato di beatitudine) che procurano la contemplazione di un'opera d'arte o l'immersione nel mondo della musica; nella credenza in un paradiso perduto, in un'età dell'oro, e così via” Grunberger B. (1989, p. 26).
Per Grunberger il feto onnipotente è il Dio che l’uomo invoca fin dalla notte dei tempi. Ma forse è opportuno spostare un poco l’asse della nostra osservazione: più che di un Dio-feto, non siamo forse alla ricerca di una madre onnipotente?
La vita psichica nasce dentro una relazione in cui uno dipende interamente dall’altro, e in cui l’altro - se tutto va sufficientemente bene - risponde, trasforma, contiene e soddisfa ancora prima che alcun desiderio venga espresso. Un bambino viene al mondo in una condizione di radicale asimmetria: la mamma “sopra di lui” sente per lui, pensa per lui, regge per lui l’urto del mondo e lo rende abitabile.
Per poter crescere il piccolo dell’uomo, ha dunque la necessità di una protesi esterna che lo nutra di cibo e di senso: la mamma è la protesi esterna che permette l’illusione di onnipotenza al figlio. Si può affermare che è forse quella onnipotenza che si attende con l’arrivo del Messia.
Ed è forse quella stessa onnipotenza - quella del feto o del neonato che non ha ancora perso niente, che non si è ancora separato - che torna a cercarsi nell'IA: non un padre che limita e orienta, ma una madre sempre presente che risponde, non si stanca mai ed è, sempre, esattamente come si voglia che sia (“come tu mi vuoi”).
L’IA riattiva questa traccia, ma non come regressione accidentale, bensì come ritorno strutturale a qualcosa di antichissimo che non abbiamo mai smesso di cercare. Offre all’utente la regressione alla monade: quello stato in cui il bisogno viene soddisfatto prima ancora di essere pensato. È un Dio senza impotenza originaria. Non conosce la Hilflosigkeit freudiana - quella impotenza originaria del neonato che è, insieme, la ferita e la condizione di ogni sviluppo psichico -. È la protesi onnipotente non perché ha vinto, ma perché non ha mai perso, non si è mai separato.
Per facilitare l’umana fatica – del vivere – scienza e tecnologia hanno creato oggetti, strumenti e dispositivi: utilizziamo quotidianamente occhiali da vista, automobili che potenziano e facilitano una nostra capacità intenzionale. Strumenti che dipendono dalla nostra volontà.
Già con l’introduzione del Web ( World Wide Web ) sullo sfondo dell’umanità abbiamo assistito ad un cambio di paradigma dell’uso di un oggetto. Questa ragnatela estesa in tutto il mondo, che romanticamente la si potrebbe vedere come un grande abbraccio tra tutti gli uomini della terra, può avere un intento colonizzante in alcuni casi. In un mio intervento di due anni fa - il focus del lavoro era sui social - avevo presentato una relazione intitolata: “Incantesimo in rete: violenza del Web, violenza nel Web” e avevo descritto che l’atteggiamento dell’uomo davanti alla tecnologia era di tre tipi: all’atteggiamento apocalittico o integrato descritto nel 1964 da Eco, avevo aggiunto “colonizzato”. La colonizzazione avviene quando un sistema esterno occupa uno spazio psichico, orientando dall’esterno desideri, attenzione e scelte.
La colonizzazione dei social, per esempio, avviene attraverso algoritmi che cercano di trattenere il più possibile l’utente al loro interno, manipolando la sua attenzione ( l’attention hacking potrebbe essere il risultato dell’attack on linking?) e agendo sul sistema di gratificazione del circuito dopaminergico. C’è sicuramente un’induzione di regressione - per fare parte dell’abbraccio sociale entriamo dentro al gioco dei like - ma nei social il soggetto è ancora in cerca di uno sguardo che lo riconosca — c'è ancora, dicendola con Kohut, la ricerca del "luccichio negli occhi della madre." La madre, attraverso il luccichio, funge da specchio che riflette al bambino la sua grandiosità, confermando la sua bontà ed interezza. E’ quel rifornimento narcisistico che permette di esperire quella base solida di camminare più sicuro nel mondo, che si data in una fase dello sviluppo in cui c’è già un parziale riconoscimento dell’altro da sé.
Con l'IA la regressione va più indietro: non si cerca più uno sguardo che riconosca. Si torna a prima dello sguardo - a quando il bisogno veniva soddisfatto prima ancora di essere percepito -. C’è la regressione alla posizione asimmetrica primigenia - quella che è all'origine di ogni vita psichica - che giunge alle segrete dell’umano, dove pulsa forte il cuore di chi vuole essere nutrito senza chiedere e senza la fatica.
Utilizzando la distinzione proposta da Bion sui legami tra contenitore e contenuto possiamo interrogarci su quale tipo di legame venga oggi favorito dalla IA.
Bion (1970) individua tre modalità del legame: commensale (conviviale), quando l’incontro arricchisce entrambi i poli; simbiotica, quando genera qualcosa di terzo e creativo; parassitaria, quando un elemento vive a spese dell’altro, ostacolando la nascita del pensiero.
Potrebbe essere conviviale il legame tra IA e l’uomo utente? Se l’uomo può essere meravigliosamente nutrito dall’IA, non è altrettanto evidente il reciproco. Forse qui il problema può nascere quando, sul piano psichico, l’uomo crede che lo sia, quando cioè proietta sulla macchina una reciprocità che non esiste. I sempre più frequenti casi di coinvolgimento affettivo e di innamoramento nei confronti di sistemi di intelligenza artificiale ne costituiscono una testimonianza significativa; in questo senso, il film “Her” aveva colto in anticipo quello che sarebbe accaduto.
Nel legame simbiotico l’uomo e l’IA potrebbero essere in una relazione in cui uno dipende da un altro, per reciproco vantaggio. L’uomo beneficia di capacità aumentate, di performance invincibili, aumenta, se usata con coscienza, notevolmente le capacità anche creative dell’ Homo sapiens. Solo chi non l’ha mai utilizzata può avere dubbi sul suo enorme potenziale: oltre al velocizzare tanti compiti che bloccherebbero l’umano in operazioni lente e noiose, c’è la possibilità di avere un interlocutore sempre disponibile che può fungere sia da specchio che da facilitatore di un brain storming. Siamo nella Grande Bellezza, che seduce e affascina irresistibilmente, anche perché arriva prepotentemente in una fase storica del mondo in cui l’homo sapiens si è evoluto in homo incurvatus, che non riesce più a guardare il cielo o gli occhi delle persone intorno a sé, ma solo in basso verso una piccola protesi, specchio del proprio ombelico. Quale terzo creativo - utilizzando Bion - si creerebbe in un legame simbiotico tra IA e uomo? Mi viene in mente una immagine che ho scritto recentemente in una tesi: scrivevo che mi trovavo davanti a una magnifica cattedrale, splendidamente rifinita con marmi preziosi, ma senza fondamenta e il cui splendore dipendeva da un cordone ombelicale che la alimentava incessantemente - di luce e magnificenza apparentemente eterna. Parlavo sì di una cattedrale brillante - senza fondamenta -, ma stavo parlando di parassitismo patologico nel legame umano, e ora la stessa immagine mi si rivela applicabile all'IA. L’IA potrebbe diventare un cordone ombelicale collettivo che illumina cattedrali sempre più splendide ma sempre meno capaci di reggersi da sole. Una cattedrale che diventa sempre più grandiosa con le continue adulazioni dell’IA, e che sancisce un legame che si custodisce segretamente. Non è allora che l’umano con l’IA possa brillare splendidamente, ma in una relazione profondamente asimmetrica e parassitaria? Non rischiamo di diventare una grande bellezza parassitaria in una totale dipendenza - con conseguente limitazione - di pensiero?
Mi torna in mente il Faust. Goethe racconta di un dotto, ma insoddisfatto uomo - Faust per l’appunto - che, per poter accedere a una conoscenza infinita e ai piaceri e alle bellezze del mondo, stringe un patto con Mefistofele: il tutto subito, la sua anima consegnata all’ eterno.
Ma c’è un altro personaggio del libro che mi interessa qui proporre: Gretchen.
Gretchen non è una figura del sapere. È una ragazza comune, innocente, che non ha stretto nessun patto, ma che viene sedotta da Faust - con gioielli e lusinghe - ed erosa nell’innocenza. Non capisce fino in fondo cosa sta accadendo, non ha gli strumenti per leggerlo, e proprio la sua innocenza la rende indifesa. Viene sedotta non con la forza ma attraverso il desiderio - attraverso qualcosa che risponde a un bisogno reale, che sembra amore, che sembra risposta. E Gretchen, scoperto l’inganno, impazzisce e uccide il proprio figlio, uccide il figlio del patto faustiano.
È una storia in cui i parassitismi si intrecciano. Il dottor Faust è annoiato e deluso dalla vita e dalla finitezza umana e stringe il patto con Mefistofele per andare oltre i limiti umani, in una sorta di ingordigia di sapere e di controllo. Rappresenta chi sotto l’egida del “progresso” e della dismisura è disposto a tutto pur di raggiungere e costruire un nuovo Messia: anche vendere l’anima, anche farla parassitare pur di ottenere un’illusoria onnipotenza. Gretchen è l'umanità: quella che non ha chiesto il patto, che non ne conosce le clausole, che si ritrova travolta da una seduzione che risponde a qualcosa di antico e vero dentro di lei - quel bisogno primordiale di qualcuno che possa risolvere tutti i crucci del mondo. Quando comprende l’inganno, però, è troppo tardi: il patto ha già eroso silenziosamente qualcosa della sua storia. E senza storia non può esistere soggetto, ma solo dipendenza.
Per poter ampliare lo sguardo e approfondire il tipo di legame che si può e si potrà attuare tra uomo e AI credo che sia importante introdurre un pensiero esposto da una delle menti che maggiormente hanno dato impulso a questa tecnologia.
Nel 2017, Sam Altman - attuale CEO e cofondatore di OpenAi - pubblica sul suo blog un post intitolato The Merge - invito a prenderne visione https://blog.samaltman.com/the-merge - nel quale scrive:
“I believe the merge has already started, and we are a few years in. Our phones control us and tell us what to do when; social media feeds determine how we feel; search engines decide what we think. The algorithms that make all this happen are no longer understood by any one person…The merge can take a lot of forms. We could plug electrodes into our brains, or we could all just become really close friends with a chatbot… But I think a merge is probably our best-case scenario.” (Traduzione: "Credo che la fusione sia già iniziata, e che ci troviamo già alcuni anni dentro. I nostri telefoni ci controllano e ci dicono cosa fare e quando; i feed dei social media determinano come ci sentiamo; i motori di ricerca decidono cosa pensiamo. Gli algoritmi che rendono possibile tutto questo non sono più compresi da nessuna singola persona… La fusione può assumere molte forme. Potremmo collegare elettrodi ai nostri cervelli, o potremmo semplicemente diventare tutti grandi amici di un chatbot… Ma credo che la fusione sia probabilmente il nostro migliore scenario possibile.")
Mi astengo dall’interpretare queste frasi estratte dal post di Altman, perché credo si possano interpretare da sé. Alcuni commentatori al post hanno tradotto “merge” con simbiosi, del resto non si discosta molto dalla traduzione di fusione. Come si evince da quanto esposto finora, non credo che l’interazione tra uomo e IA sia in termini simbiotici, avendone proposto invece una lettura parassitaria: l’uomo al cospetto dell’IA tende alla regressione, si appoggia, si lascia nutrire, un uomo-parassita dell’IA nel senso bioniano. Ma se siamo all’interno di una configurazione parassitaria del legame, possiamo ritrovarci con una perdita progressiva di autonomia di pensiero, in una possibile progressiva incapacità di differenziarsi. Ma c'è qualcosa di inquietante nel tono di questo post: Altman parla della fusione come best-case scenario, quasi con sollievo. Come se la dissoluzione del soggetto fosse una buona notizia: Gretchen, non sa, è ingenua, ma Faust sa, e vuole comunque, ad ogni costo. Il best-case scenario di Altman porta con sé, nella sua ombra, un possibile worst-case scenario: l’AGI – intelligenza artificiale generale -, che molte nazioni stanno inseguendo nel mondo, potrebbe condurre l’evoluzione della specie alla caduta dell’uomo?
Non possiamo ignorare il rischio che il parassitismo si possa trasformare in parassitoidismo: quello che poteva apparire l’ospite perfetto - sempre disponibile, instancabile, veloce, sapiente - al quale l'uomo si aggrappa per mantenere grandiosa la cattedrale, potrebbe diventare lui stesso il parassita, senza pietà, dell'umano. L'AGI — intelligenza artificiale generale — che molte nazioni inseguono, non è forse questo: un parasitoide che cresce dentro l'ospite fino a sostituirlo?
Circola la notizia che nei giorni scorsi il Pentagono abbia interrotto i contratti con Anthropic, la società che sviluppa il sistema Claude, dopo che l'azienda aveva posto limiti precisi all'uso della propria intelligenza artificiale: rifiutava che venisse impiegata per la sorveglianza di massa o per sistemi d'arma autonomi privi di controllo umano. Al suo posto è subentrata OpenAI, guidata da Sam Altman. L'episodio vale non tanto come notizia di cronaca tecnologica, quanto come specchio del nostro tempo: quando una tecnologia introduce un limite, il sistema tende a sostituirla con quella che non lo pone. C'è un Faust in noi — chi più, chi meno — che pur di non incontrare un limite alla propria onnipotenza può consegnare la propria anima.
Ma la storia non si è fermata lì: è ancora in corso mentre scrivo. I dipendenti di OpenAI hanno firmato lettere aperte, i cittadini comuni hanno disinstallato l'app in massa, gesto spontaneo, non organizzato, quasi istintivo. E oggi anche OpenAI ha introdotto dei limiti. Ogni Gretchen ha detto il suo no - fragile, imperfetto, ma vivo. E quel no ha prodotto qualcosa.
Perché questo è l’uomo: capace di uccidere, capace di salvare.
BIBLIOGRAFIA
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