ADELE MAUGERI. EDITORIALE DI PSICOTERAPIA PSICOANALITICA N. 2/2025

DOLORE E CONOSCENZA

 

Adele Maugeri. Editoriale di Psicoterapia Psicoanalitica n. 2/2025 - "Dolore e conoscenza"

ADELE MAUGERI*

In questo numero proponiamo un numero ricco di contributi che hanno mosso sentimenti, emozioni in chi ha scritto e nella lettura dei lavori da parte della redazione.
Un tema che ha appassionato, toccando quelle corde di sofferenza profonda che si incontrano nella clinica e nel suo ripensarla, là dove il dolore e il desiderio di conoscenza accomunano analista e paziente e, attraverso gli scritti, chi di queste esperienze partecipa.
Una miniera di stimoli che spinge ancora a ricercare o a tollerare di dover attendere, per trovare la distanza giusta, quella che permetta di vedere anche quando tutto sembra molto oscuro.
Una pulsione alla conoscenza che, se ben indirizzata e contenuta, è spinta vitale, creativa, quando può tollerare quella certa quota di dolore da attraversare per essere soddisfatta.
Il dolore, fisico e/o mentale (ammesso che si possa fare questa distinzione), spinge ad indagare per comprenderne il senso, per poterlo lenire quando si fa ostacolo verso la pensabilità. Ma il desiderio di conoscenza, accanto alle conquiste e al piacere, può esso stesso condurre ad avvicinare un dolore spesso non presagito, come un prezzo da pagare nell’avvicinare un nuovo conoscere.
La psicoanalisi si cimenta da sempre con queste esperienze emozionali e questa spinta la cogliamo sia sul piano individuale che gruppale, con esiti che possono essere quelli desiderati e attesi o condurre a catastrofi, a ripetizioni traumatiche non tollerabili. Movimenti vitali che si volgono verso il passato per scoprire o ritrovare memorie, ricordi; al presente per essere e resistere nella dimensione attuale da sostenere, godere o sopportare; al futuro per dotarsi di quanto necessario a costruire nuove idee e obiettivi in una cornice fatta di limiti, di protezione, confronto, dialogo, il tutto inscritto nell’ambiente e nella cultura di cui si è parte.
Nella cura psicoanalitica indaghiamo e ci misuriamo con contenuti appartenenti ad aree psichiche profonde, memorie implicite che si collocano nel corpo, nel rimosso di memorie traumatiche o scisse perché non pensabili. Contenuti che sono alla ricerca di un luogo, di una relazione che possa accoglierli, potremmo dire di un contenitore e che, quando le cose vanno bene, possano portare verso esperienze vivificanti, affrancando il soggetto dall’immobilismo, consentendogli uno sviluppo evolutivo e trasformativo.
Si tratta di esperienze che possono anche portare alla delusione, al crollo di un ideale, al lutto di un oggetto prima investito di un eccesso di valore, che esige il ridimensionamento di quell’illusione, o far emergere elementi che la psiche protegge ponendo argini, deviazioni, difese, perché restino non conosciuti, avvicinabili solo attraverso un ascolto profondo e rispettoso di sé e dell’altro, premessa perché ad un contenuto sensibile possa consentirsi di emergere.
Analista e paziente parlano in una stanza, con un alto grado di intimità e formalità che li tiene uniti, attenti a quelle aree nascoste che chiedono di non essere sempre indagate, rivelate, ma di essere contenute ed elaborate dentro di sé e/o nella coppia al lavoro, in quanto entrambi nell’incontro si rendono vulnerabili a possibili sofferenze fino a quel momento inaccessibili o sconosciute perché nuove.
Possiamo riconoscere un dolore della conoscenza quando grandi scoperte scientifiche o storiche presentano in sé un potenziale che può essere distruttivo per l’individuo e/o per la società. Accade allora che si impongono ed emergono domande, dubbi, come nel dialogo tra Einstein e Freud su “Perché la guerra?”; tormenti, come per il fisico Oppenheimer quando giunge alla formula per la costruzione della bomba atomica e consegna agli uomini la sua invenzione. Lo stesso Freud con la sua scoperta dell’Inconscio ha dovuto tollerare di sentirsi come colui che avrebbe portato “la peste”, temendo che il mondo scientifico e culturale dell’epoca non fosse pronto per accogliere quello che si accingeva a scoprire, ma non arretrò, mantenendo prudenza e rigore nel metodo.
L’uomo da sempre si interroga, lotta e soffre nel dilemma tra dolore e conoscenza, appoggiandosi alla mitologia e alla metafora, quando la ragione non tiene.
Ci interroghiamo inoltre su quanto il dolore sia sempre così ineluttabile nel processo di conoscenza, e come trattare diversamente quel dolore “gratuito” che colpisce e mortifica il soggetto rendendolo impotente e vittima. Un dolore che può collocarsi e manifestarsi nella psiche e/o nel corpo, consapevoli della loro indissolubilità, e che richiede sì di essere contenuto ed elaborato, ma quando diventa intollerabile, essere sedato, lenito, quanto basta per poter continuare a pensare e a vivere.
Se volgiamo però lo sguardo alla cultura attuale vediamo come venga ricercata una società senza dolore, ostentando indifferenza o cercando una felicità continuamente da rincorrere, nel tentativo di denegare il limite, la sofferenza, la vecchiaia, la morte.
Dolore e conoscenza, due aspetti dell’esperienza che attraversano l’individuo e i gruppi, come modalità di essere nel mondo e nelle relazioni.
Se il soffrire il dolore permette l’accesso alla conoscenza e il conoscere può portare con sé una quota di dolore, questa dinamica può anche esitare verso una diversa soluzione, quella della creatività, dell’arte, della poesia: forme attraverso cui una figurazione del dolore diventa possibile con una qualche espressione, una sua possibile trasformazione e comunicazione, anche quando inconscia nei suoi contenuti.
La primitiva indifferenziazione fra sé e l’altro sostiene l’impensabile e alimenta un senso di onnipotenza dell’infante. L’altro non c’è, se non perché creato da lui stesso, senza percezione di discontinuità, sostenendo un’area fusionale o un sistema fusionale totalizzante, come nella prima relazione madre-bambino e che si ripropone nella relazione analista- paziente.
Nell’incontro analitico, sia l’analista che il paziente avvicinano la domanda “chi sono io” e “chi è l’altro”, cercando un tentativo di differenziazione che possa cogliere una separatezza, una possibilità di tollerare una certa distanza nella relazione. Accedere alla conoscenza e alla pensabilità richiede il passaggio dallo stato primitivo fusionale al tollerare l’incontro con l’altro, un passaggio che genera angoscia, interrompe il sentimento di stabilità e permette una linea evolutiva dell’identità, della relazione in intima connessione con le sensazioni corporee, le emozioni, le fantasie.  Modalità che hanno bisogno del riconoscimento di un contenitore fisico in cui potersi presentare, che attraverso un rispecchiamento, diventa rappresentazionale, emozionale e mentale. Cambiamenti che richiedono una certa stabilità, che si fondano andando a costruire un senso di affidabilità e fiducia.
Costruire un “apparato per pensare” (Bion) è un atto creativo che rende l’individuo capace di connettere elementi scissi e distanti tra loro, sia nella linea del tempo che dello spazio e richiede all’analista una disponibilità ad accogliere, ospitare, accudire e prendersi cura della sofferenza e del terrore indicibile quando non trova parole. Nell’incontro si presenta un poter pensare insieme che spaventa entrambi. Qualcosa che, attraverso una serie di trasformazioni e di elaborazioni, si svolge nel mondo interno tra oggetti parziali, e che riconosciamo nella relazione tra due soggetti, nei gruppi, nel sociale e culturale di appartenenza. La messa in relazione e la comunicabilità tra le parti ha bisogno di incontrare un oggetto capace di contenere la confusione e il dolore che il soggetto porta.
La spinta al legame tra sé e l’altro è mossa dalla curiosità verso il proprio mondo interno che si ritrova e si specchia in quello dell’altro, con un profondo e reciproco coinvolgimento emotivo che può aprire ad una conoscenza creativa o ri-creativa, come avviene in analisi, producendo sensazioni di arricchimento.
Ma la spinta a conoscere può anche essere difensiva nei confronti dell’oggetto, attivando azioni corrosive, denigratorie, evacuative, ostruzioniste e predatorie. Modalità che esprimono una sorta di difetto nella funzione del pensiero, della capacità di simbolizzazione, del sogno e della rêverie,
Una conoscenza che, nella stanza d’analisi, esprime e può alimentare un’organizzazione narcisistica, andando ad ostruire la mente dell’analista, mostrando un disturbo nell’uso dell’identificazione proiettiva e introiettiva. In queste situazioni l’analista che prova dolore può proteggersi restando inerme e insensibile a quelle provocazioni che l’analizzando vorrebbe fossero accolte senza riserve con il rischio di andare verso una perversione della relazione. Il paziente chiede che tutto gli sia concesso, alimentando il proprio stato di onnipotenza che non tollera alcuna differenziazione, sentita come una frustrazione intollerabile. Si presenta come un bisogno che, se non lenito o soddisfatto, diventa un attacco distruttivo al legame con l’altro in qualche modo significativo.
La ricerca della conoscenza si nutre, tende verso la verità, quella sostenibile, riconoscibile e, direi, digeribile, assimilabile emozionalmente, ed è necessario distinguere da quell’eccesso attuale di informazioni, immagini che pongono gli individui a subire “un troppo” che provoca sentimenti dolorosi, angoscia, inducendo un distanziamento che va verso l’alessitimia o l’assuefazione, smorzando il desiderio di conoscenza. L’uso delle nuove tecnologie di trasmissione delle informazioni può spingere all’omologazione che appiattisce il pensiero, piuttosto che ricercare nuove conoscenze.
Questo numero della rivista offre una varietà di lavori molto ampia per riconoscere momenti, fasi, percorsi clinici e non, in cui il dolore e la conoscenza, a diverso titolo e con diverse modalità, si presentano, particolarmente nella relazione psicoanalitica. Articoli che mostrano una costruzione in cui i concetti si ampliano e completano tra loro, come in un possibile ordine e coerenza.

Nella Sezione Lector in fabula, Anna Ferruta con “In ascolto - tra conoscenza e dolore” ci dona un lavoro che, con una coerenza interna sul tema, richiama l’attenzione sull’ascolto psicoanalitico, differenziandolo da altre forme di ascolto. L’autrice, dando particolare rilevanza e senso ad un ascolto etico, sottolinea la sua matrice costitutiva dell’alterità, del prendersi cura e del garantire una protezione. Un lavoro che si pone all’insegna dell’esperienza dell’integrazione con diverse discipline e che, con lo specifico elemento conoscitivo dell’ascolto psicoanalitico, dà spazio e contenimento alle forme di dolore e sofferenza.
Una proposta che lascia spazio al dubbio e alla complessità sollecita altre domande e, in particolare riguardo alle presenze artificiali dell’IA, parla dell’insostituibilità della presenza analitica “umana” nel rapporto di cura.

Nella Sezione Saggi:
Maria Luisa Algini con “Il dolore, il più autoritario di tutti i processi” esprime con potenza e intensità lo sforzo umano, dagli esiti incerti e pieno di vicissitudini, di avvicinare l’esperienza del dolore. Una riflessione accorata, ma al contempo teoricamente precisa del concetto di dolore e del suo sviluppo dall’infanzia all’età avanzata. L’autrice mostra la sua capacità di dare parola all’ineffabile, in un ascolto emozionale intenso, di sé come dell’altro di cui si prende cura. Si percepisce lo sgomento di una paziente bambina che torna da lei in adolescenza, alla ricerca del legame con la sua analista, essendo state all’epoca “compagne di solitudine”. Insieme avevano subito un collasso della pensabilità di fronte alla tragedia di allora. In questo lavoro incontriamo un’analista che si pone come testimone memoriale del dolore della paziente in un tempo passato, un lavoro che mostra l’intreccio tra i dati clinici, l’assetto controtransferale e la riflessione metapsicologica.
Riccardo Galiani con “Epistemalgia: storie di reazioni terapeutiche negative” offre un contributo che coglie diversi punti di osservazione e ricerca psicoanalitica sul tema “dolore e conoscenza”. Ci introduce attraverso un excursus su come è stato elaborato il rapporto con il dolore da Freud, lungo il corso dei suoi lavori, per arrivare agli autori più vicini a noi, in particolare quelli francesi, ma non solo. Propone il termine “epistemalgia” come neologismo che va a condensare il dolore con la conoscenza e sviluppa il tema della reazione terapeutica negativa come difesa del paziente dal dolore psichico, quando l’esperienza psicoanalitica è “vissuta come economicamente dispendiosa, come una sofferenza…”. Un approfondimento sostenuto da brevi e significativi flash clinici. Uno scritto che fa sentire la passione per la ricerca da parte dell’autore, come il suo legame affettivo per Maria Lucia Mascagni alla quale dedica questo suo lavoro.
Elisabetta Fattirolli e Maria Grazia Pini con “Tra rifiuto e desiderio di conoscere: dolore, corpo e identità” affrontano il tema dell’approccio difensivo alla conoscenza di due adolescenti segnate da esperienze fortemente traumatiche. Una si pone in modo ostruente verso la conoscenza attraverso il telefonino vissuto in modo simbiotico e i video posti come una barriera tra sé e il mondo, sé e la terapeuta. L’altra fa entrare l’analista nella propria angoscia di morte irrappresentabile, in cui lotta per sentirsi viva. Il lavoro sviluppa il tema dell’uso del digitale e quella dell’identità transgender in modo delicato, in un soggetto che va alla ricerca di un corpo nuovo per definirsi in qualche modo. Un lavoro che mostra clinicamente come l’intreccio delle competenze emotive e cognitive nel processo di conoscenza siano inestricabilmente legate alla dimensione affettiva sin dall’inizio della vita. Un processo clinico che si deve coniugare con le frustrazioni e il dolore legati alla crescita e che richiede alle psicoterapeute la capacità di tollerare la frustrazione, l’attesa e lo spazio insaturo, restando nei registri comunicativi portati dalle pazienti per costruire con loro una complicità e fiducia.
Raffaele Caprioli con “Oltre le colonne d’Ercole: il limite estremo del dolore” ci offre l’ingresso in emozioni intense, dolorose, vere nel loro misurarsi con il dolore estremo di fronte alla morte. L’autore entra nel tema cautamente attraverso la teoria, l’arte, la mitologia, la cultura per poi immergersi in una clinica potente, una relazione che lo ha visto con la paziente di fronte a quel limite, in cui potessero restare vivi, insieme, al cospetto della morte. Lo scritto ci mostra con dignità e competenza un buco che non si colma, ma si avvicina con un atto umano e professionale, con verità e spontaneità. Un testo in cui si sente la passione di condividere un’esperienza coinvolgente, impegnativa e ricca di sfumature, da cui emergono le potenzialità e i limiti dell’essere psicoanalisti in una relazione profonda che coinvolge tutti i livelli del Sé. Nel lavoro si coglie l’iniziale alleanza inconscia con la paziente fino al suo accompagnamento rispettoso con la condivisione del corso di una malattia che la condurrà fino alla morte.
Anna Carla Aufiero con “Il teatro dell’allucinatorio: la lente psicoanalitica applicata alla psichiatria” ci propone un lavoro che mette in primo piano quel particolare momento in cui l’allucinatorio segna un tempo e uno spazio sospeso tra la disgregazione e l’integrazione, tra parti del Sé. Una dimensione preverbale e prerappresentazionale, in cui trova espressione l’allucinatorio come tentativo estremo di ricucire slabbrature profonde di un compromesso tessuto di vita. Una distorsione della realtà che tenta di trovare un equilibrio rispetto al non senso e al terrore che questo suscita. Interessante come queste sofferenze trovino espressione, in forme di raffigurazione, dell’arte e della poesia, quale diversa modalità di leggere l’esperienza. Un “teatro dell’allucinatorio” che precipita le pazienti in un funzionamento primitivo della mente, sull’orlo dell’emergenza e urgenza, che irrompe, a segnalare la minaccia del proprio equilibrio interno. Uno scritto che si pone squisitamente in un metodo di ricerca di quella realtà che si ripresenta nei frammenti per andare verso processi di simbolizzazione a partire dal caos primitivo, attraverso un “atto creativo” che si offre in un contesto psichiatrico grazie alla capacità di lettura psicoanalitica dell’autrice del testo.
Luigi Antonio Perrotta con “Dietro il velo dell’apparire, il doloroso conoscere. Il caso di Eleonora” propone la costruzione di un testo che alterna fasi di un racconto di Jodorowski con riflessioni sulla conoscenza in analisi, attraverso finestre cliniche. Vertici diversi che si alternano, con una specifica processualità e interrelazione: teoria, clinica e una favola come una metafora stimolante e ricca sul piano simbolico. Interessanti gli sviluppi di una relazione analitica con l’incidenza e uso delle “scorie” di cui parla la paziente, che rinviano al suo mondo inconscio, andando dalla bidimensionalità dell’esperienza alla tridimensionalità e pluridimensionalità tipica dell’Inconscio, delle emozioni e degli affetti. Il tema della relazione con il corpo alimenta nella paziente una fantasia di onnipotenza e autogenerazione, negando la dipendenza e il bisogno, non potendo tollerare le vicissitudini conoscitive e di dolore che accompagnano la differenziazione tra l’Io e l’Altro. Il mancato rispecchiamento primario non ha permesso la costituzione di uno schermo anti-stimolo e la paziente cerca di appropriarsi di un senso di Sé attraverso modellazioni del proprio corpo.

Nella Sezione Frontiere, Alessio De Santis con “Esperienze in RSA: riflessioni di uno psicoterapeuta psicoanalitico” ci introduce in un’esperienza clinica che ha uno spessore emotivo forte, intenso, doloroso e che si esprime, in un processo di continuità, nella coppia analista-paziente e nell’istituzione come luogo di cura. Il terapeuta esprime la propria sensibilità e capacità di ascolto psicoanalitico, profondo e rispettoso, che permette attraverso un’holding e un handling, il prendersi cura. Un dialogo che permette di cogliere la capacità dello psicoterapeuta di offrirsi come contenitore silenzioso nel limite più doloroso della vita, armato della tenuta del proprio setting interno. Questa esperienza del prendersi cura fatta di ascolto, di sguardi e di silenzi permette anche agli operatori e all’istituzione stessa di “risuonare”. Un’esperienza di frontiera in un’istituzione che fa spazio all’umanizzazione della relazione terapeutica.

Nella Sezione Scorci:
Elisabetta D’Amico con “L’Enactment nella relazione terapeutica psicoanalitica di una paziente adulta” ci offre il contributo di un interessante caso clinico in una complessa relazione paziente-analista nel suo dispiegarsi, un’esposizione che cattura la lettura. Una narrazione che richiama la storia di tre generazioni e che mostra l’analista al lavoro con i suoi vissuti, fantasie e interrogativi. Centrale la riflessione sull’enactment e sul suo “ri-conoscimento”, come aspetto che condensa l’aspetto relazionale, di legami primari e la dinamica transfert-controtransfert, per sua natura inconscia, e ancora non rappresentabile. Un enactment che coinvolge entrambe le componenti la coppia al lavoro, sottolineando l’aspetto relazionale e di campo nella relazione analitica, in una scena leggibile come modello di qualcosa che si muove nell’inconscio tra i due soggetti.
Andrea Guidantoni con “Incidere il dolore” ci introduce, partendo dal testo letterario dello scrittore C. S. Lewis, all’evoluzione del concetto di dolore in Freud e alla pulsione epistemofilica della Klein, mettendo in relazione e distinguendo il dolore da altri stati di sofferenza. Una sorta di anatomia del dolore che suggerisce la possibilità di un intervento diretto, metaforicamente, come un’incisione attraverso la parola, necessitata da quella che l’autore chiama “infezione psichica” provocata dalla irrappresentabilità del dolore. Come un “aprire il dolore”, per portare il soggetto verso uno spazio di dicibilità e di pensabilità. Un contributo interessante e stimolante, arricchito da due flash clinici riferiti uno ad un’osservazione di Baby Observation e l’altro ad una relazione psicoterapeutica.
Davide Pattarozzi e Davide Zanin con “Parole ferite, parole vive: il sentimento della nostalgia tra dolore e conoscenza” presentano un lavoro che pone un vertice di osservazione che stimola una riflessione su quella difficile fase evolutiva dello sviluppo adolescenziale, quando a questa si aggiungono situazioni sociali e familiari che portano alla frattura dei legami affettivi. Un articolo delicato e attento a cogliere quelle differenziazioni nelle esperienze che possono condurre gli adolescenti a regressioni e progressioni, per arrivare al riconoscimento di sé e dell’altro. Esperienze che, tramite un “gruppo di parola” per adolescenti in affidamento presso una comunità, consentono l’attraversamento del dolore, per giungere al riconoscimento della realtà da cui provengono e quella in cui sono, in cui si stanno cimentando e tollerando nella relazione con l’altro. Interessanti gli approfondimenti della nostalgia, malinconia e dolore nella loro funzione trasformativa per accedere alla costruzione di nuovi legami affettivi e narrazioni.

Nella Sezione Intersezioni:
Elena Bonassi con “Il dolore della crescita e la disubbidienza necessaria. Una proposta di lettura del “Le avventure di Pinocchio - Storia di un burattino” ci offre in una chiave di lettura psicoanalitica la storia “Le avventure di Pinocchio”, con interpretazioni che la rendono molto attuale. Il dolore e le sofferenze che Pinocchio affronta nel racconto mostrano le conseguenze di una eccessiva curiosità, di un desiderio che richiede il soddisfacimento immediato, svincolato e senza limiti. Pinocchio che, cedendo alle seduzioni e ai facili godimenti, è condotto a scontare innumerevoli umiliazioni, manipolazioni, perdite, metamorfosi che gli procurano dolore e avvilimento. Una storia che si accompagna a quella del suo rapporto con un padre rispetto al quale, solo dopo diverse vicissitudini e una lunga elaborazione, potranno emergere i propri sentimenti e la sua umanizzazione.
Matilde Elia con “Il dolore di una Diva” presenta un lavoro commovente e intenso, sia per i contenuti emozionali che trasmette che per la ricerca dettagliata che va al cuore del dolore primario di Maria Callas, nel suo non essere stata desiderata alla sua nascita, in quanto predestinata a prendere il posto di un fratello morto. La sua voce, portata ad un’estensione massima (interna, esterna) rappresenta l’elemento che l’ha tenuta aggrappata alla madre e ad un pubblico che la osannava a prezzo della sua voce interiore, sofferente e sacrificata. Il suo canto “divino” esigeva un controllo estremo del respiro e ogni suo gesto, il suo stesso corpo muto, diceva il suo sentimento di dolore. Uno studio che coniuga i sentimenti con la teoria, come chiave di lettura psicoanalitica, puntuale e raffinata che ben si esprime nel testo arricchito da un flash clinico.

Seguono le Recensioni con:
Zeno Giusti per G. Starace, Psicoanalisi per non credenti
Mariangela Villa per C. Mucci, Riparare il futuro. Come creare resilienza tra le generazioni

Il numero si conclude con il ricordo della cara collega Lucia Mascagni a cura di Mariella Ciambelli, Felicia Di Francisca ed Elisabetta Berardi.

Voglio anche condividere il sentimento di lutto che nel corso di questo 2025 la redazione, ma direi la comunità scientifica, ha subito per la perdita del Prof. Carlo Arrigo Umiltà. Un componente del nostro Comitato di lettura e punto di riferimento per le sue conoscenze neuroscientifiche, da noi spesso consultato per la cura e l’attenzione che ha sempre dimostrato nella sua funzione di referee e per il suo grande senso di rispetto dell’altro.

 

Auguro a tutti una buona lettura.

 

* Socio ordinario SIPP con FT, Direttore di Psicoterapia Psicoanalitica, Via Tuscolana, 1478, 00174, Roma (RM).

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